Bargagli, una piccola località nell'entroterra genovese, divenne teatro di una lunga scia di delitti irrisolti che si estese per quasi quarant'anni, trasformando il borgo in una "cittadina degli orrori". Le vittime, uccise con metodi brutali, e i moventi ancora da chiarire, hanno alimentato il mistero attorno alla figura di un presunto serial killer, o forse a una serie di omicidi collegati da un unico, oscuro evento scatenante risalente agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Al centro di questa vicenda torbida si colloca la "Banda dei Vitelli", un gruppo criminale dedito al mercato nero della carne, che durante il periodo della Liberazione si infiltrò nei movimenti della resistenza per trarne personali vantaggi.

Le Origini: La Banda dei Vitelli e il Mercato Nero
Tutto ebbe inizio nell'inverno del 1941, quando Genova, stremata dalla guerra e dalla penuria di cibo, vide fiorire il mercato nero. In questo contesto, emerse la "Banda dei Vitelli", un sodalizio di contrabbandieri che macellava clandestinamente animali per rivenderne la carne. Le leggende che circondano i loro metodi sono agghiaccianti; si narra che parte della carne venduta alla popolazione affamata provenisse da carcasse di animali morti, un macabro segno della disperazione e della spregiudicatezza del tempo.
L'attività del gruppo criminale subì un duro colpo grazie all'azione dei Carabinieri Candido Cammereri e Carmine Scotti, che condussero un'indagine che portò all'arresto di diversi membri della banda. Molti di loro finirono sotto processo, ma l'armistizio dell'8 settembre 1943 cambiò radicalmente il quadro. Una parte significativa dell'Arma dei Carabinieri, tra cui Cammereri e Scotti, scelse di non aderire alla Repubblica di Salò. Cammereri morì in uno scontro a fuoco, mentre Scotti continuò il suo servizio.
Il 1° febbraio 1945, il processo d'appello sospese il giudizio nei confronti della Banda dei Vitelli, decretandone di fatto la scarcerazione. Questo ritorno in libertà coincise con una sete di vendetta. Pochi giorni dopo, alcuni membri della banda, presentandosi come partigiani, accusarono il brigadiere Scotti di essere una spia al servizio dei nazifascisti. Scotti fu sequestrato, torturato per due giorni con metodi inimmaginabili, tra cui l'essere legato a una stufa e picchiato selvaggiamente fino a perdere gli occhi, e infine ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Il suo corpo venne inizialmente seppellito nel cimitero di Bargagli e successivamente traslato in quello di Gattorna. Questo brutale omicidio segnò l'inizio di una spirale di violenza.
Il Tesoro Perduto: Oro, Gioielli e Banconote in Fuga
Parallelamente alle vicende della Banda dei Vitelli, emerge un altro elemento cruciale: la sparizione di un ingente tesoro. La teoria più accreditata collega la serie di delitti dell'immediato dopoguerra proprio a questo furto. Si ipotizza che il tesoro, composto da banconote, gioielli e oro, fosse trasportato da truppe naziste e repubblichine in fuga da Genova il 25 aprile 1945, durante la Liberazione. La speranza di mettere le mani su questa ricchezza avrebbe scatenato una faida mortale, con l'obiettivo di eliminare testimoni scomodi e proteggere il segreto della refurtiva.
Secondo la ricostruzione, la Banda dei Vitelli fu avvertita del passaggio del convoglio nazifascista. Giunti a Pannesi di Lumarzo, i mezzi furono costretti a fermarsi a causa della stretta carreggiata. La colonna abbandonò i mezzi e si disperse nel bosco della Tecosa. Alcuni soldati trovarono la morte in un agguato. A questo punto, i contrabbandieri genovesi riuscirono a impossessarsi delle casse contenenti il denaro e i preziosi, dileguandosi rapidamente.
La natura esatta del tesoro e la sua entità rimangono avvolte nel mistero. Alcune fonti parlano di sessanta milioni di lire in banconote stipate in cassette di munizioni, oltre a denaro e gioielli razziati agli ebrei. Altre indicazioni suggeriscono che la baronessa Anita De Magistris avesse affidato alla colonna nazifascista una cassa con i suoi averi, preziosi poi trafugati. Il valore di quanto rubato è stimato in oltre 130 milioni di lire dell'epoca, una cifra equivalente a diversi miliardi di euro attuali.

La Scia di Sangue: Dal Dopoguerra agli Anni Ottanta
Il furto del tesoro sembra aver innescato una serie di eventi tragici. Già nell'aprile del 1945, si registrarono le prime morti sospette: il 24 aprile, quattro partigiani vennero uccisi in una villetta a Sant'Alberto, frazione di Bargagli. Due giorni dopo, il 26 aprile, altre quattro persone persero la vita nella piazza del paese a causa dell'esplosione di una mina anticarro. Otto vite spezzate in pochi giorni, un preludio all'orrore che avrebbe continuato a infestare Bargagli.
Dopo un periodo di apparente quiete, la violenza riemerse nel 1961. Il 9 novembre, Federico Musso, detto "Dandanin", il becchino del paese, fu trovato morto in fondo a un burrone, con la testa fracassata. Si parlò di incidente, ma il suo destino si rivelò essere solo l'inizio di una nuova, macabra serie di omicidi.
Nel 1969, l'ex staffetta partigiana Maria Assunta Balletto venne uccisa a sprangate. Nel 1971, Cesare "Ce" Domenico Moresco, il campanaro della chiesa parrocchiale, subì la stessa sorte. Nello stesso anno, Maria Ricci, amica della Balletto e anch'essa ex staffetta, sopravvisse miracolosamente a un tentativo di omicidio, venendo colpita alla testa, ma l'amnesia le impedì di fornire dettagli utili alle indagini.
Le voci sul presunto "mostro di Bargagli" si fecero sempre più insistenti. Nel 1972, Gerolamo Canobbio, detto "Draghin", ex partigiano e giardiniere, fu ucciso con sette sprangate dopo essere sopravvissuto a un tentato omicidio. Nel 1974, la sua amante, Giulia Viacava, "Nini", trovò la morte nella stessa strada dove era stato ucciso il suo compagno, vittima anch'essa di colpi di spranga. Le autorità puntarono il dito contro Francesco Pistone, un ex carabiniere e amante della Viacava, ma le indagini non portarono a risultati concreti e l'inchiesta venne archiviata.
Nel 1976, Pietro Cevasco, un altro amante della Viacava e presunto testimone contro Pistone, venne trovato impiccato in un apparente suicidio. Nel 1978, Carlo Spallarossa fu ucciso a sprangate e il suo corpo gettato da un dirupo. Nel 1980, Carmelo Arena, un disoccupato, fu ferito mortalmente da diverse fucilate, morendo il giorno di Natale.
Il mostro di Bargagli
L'Omicidio della Baronessa e le Indagini Interrotte
Il 30 luglio 1983, l'omicidio della baronessa Anita De Magistris, pianista e direttrice del coro parrocchiale, scosse ulteriormente la comunità. Vedova di un ufficiale nazista, la baronessa era diventata parte integrante della vita di Bargagli. Rientrando a casa, venne raggiunta da un violentissimo colpo di spranga in fronte, che la porterà alla morte una settimana dopo.
Secondo una delle ipotesi, l'omicidio della baronessa fosse legato al tesoro trafugato. Si narra che lei stessa avesse affidato una cassa con i suoi preziosi alla colonna nazifascista. Aveva forse scoperto qualcosa sul suo assassino o sul destino della refurtiva? Il sostituto procuratore Maria Rosaria D’Angelo aprì una nuova inchiesta, trovando un collegamento con i delitti di Scotti, Canobbio e Viacava. Nel 1984, venne arrestato il maresciallo Armando Grandi, che nel 1945 aveva scoperto la tomba di Scotti, ma nel mirino degli inquirenti c'erano numerose persone, compreso Francesco Pistone.
Tuttavia, la storia del "mostro di Bargagli" si concluse con un indulto, che "salvò" chi aveva commesso crimini prima del 1953. Poco dopo, il 20 marzo 1985, Francesco Pistone si suicidò. Il caso, con le sue ventisette vittime accertate nell'arco di quarant'anni, tra strangolamenti, esecuzioni e suicidi sospetti, rimase irrisolto. L'ampio intervallo temporale tra il primo e l'ultimo omicidio rende difficile ipotizzare un unico responsabile, alimentando il mito di un enigma italiano destinato a rimanere tale.
Un Mistero Senza Risposte
Il caso del mostro di Bargagli rappresenta uno dei più intricati enigmi della storia italiana. La "Banda dei Vitelli", il tesoro perduto, le vendette legate alla guerra e le numerose vittime costituiscono gli elementi di una vicenda che, nonostante le indagini della magistratura negli anni Settanta e Ottanta, non ha mai trovato una soluzione definitiva. Molte delle persone coinvolte sono emigrate o morte, e il tempo ha ulteriormente offuscato la verità, lasciando Bargagli avvolta in un'ombra di mistero e dolore. L'eredità del cosiddetto "mostro di Bargagli" permane come simbolo di un caso irrisolto, un monito silenzioso sui segreti che possono celarsi dietro la quiete apparente di una piccola comunità, segreti intrisi di sangue e di una storia che affonda le radici nei traumi della Seconda Guerra Mondiale.