La storia ci insegna che le epidemie non colpiscono solo il corpo, ma possono devastare l'anima e il tessuto stesso di una civiltà. Tucidide, nel descrivere la peste di Atene che decimò la popolazione e portò via il grande statista Pericle, non si limitò a narrare la patogenesi e la fenomenologia della malattia. Egli intendeva sottolineare come, in tempi di crisi, la peste diventi non solo una piaga fisica, ma anche una malattia dell'animo. Quando non si riconosce più il senso umano della vita e si perde ogni traccia di anelito spirituale, allora la peste ha colpito al cuore l'esistenza. Tucidide vedeva nella peste un pericolo enorme, più grande del numero delle vittime e più acuto del dolore dei corpi, più duraturo dell'agonia dei singoli individui. Egli scorgeva nella peste il virus della fine di un'epoca, il sintomo della deriva di una polis in difficoltà, già travolta dalla guerra contro Sparta. La peste acuiva il pericolo della sconfitta e della schiavitù, alimentando la preoccupazione di cadere "in avventure politiche rovinose per la stessa sopravvivenza dello Stato".

Questa profonda riflessione storica trova un'eco sorprendente nelle parole di Italo Calvino, che in una celebre pagina delle sue "Lezioni Americane", in particolare nel capitolo dedicato all'"Esattezza", identifica una "peste del linguaggio" che affligge l'umanità. Questa pestilenza, secondo Calvino, si manifesta come una perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, un automatismo che livella l'espressione su formule generiche, anonime e astratte, diluendo i significati, smussando le punte espressive e spegnendo ogni scintilla che scaturisce dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non è un interesse per le origini di questa epidemia - politica, ideologia, uniformità burocratica, omogeneizzazione dei mass-media o diffusione della media cultura - ciò che guida Calvino, bensì la ricerca delle "possibilità di salute".
La Peste del Linguaggio: Sintomi e Manifestazioni
La "peste del linguaggio" descritta da Calvino non è un concetto astratto, ma una realtà tangibile che si manifesta in molteplici aspetti della nostra comunicazione quotidiana. Come ammonisce Camus nel suo romanzo "La Peste", "tutte le disgrazie degli uomini derivano dal non tenere un linguaggio chiaro". Oggi, questa asserzione sembra più attuale che mai. Sperimentiamo quotidianamente la gravità di questo fenomeno attraverso:
- Decreti e dichiarazioni ambigue: Governi e istituzioni emanano decreti plurimi e ambigui, fumosi e intenzionalmente polisemici. Le loro esternazioni, spesso notturne e poco chiarificatrici, alimentano un senso di smarrimento generale, aumentando l'ansia anziché fornire risposte concrete.
- Politiche del consenso: La confusione strumentale si annida nelle dichiarazioni di politici attenti solo a catturare consensi immediati, sacrificando la chiarezza e la coerenza in nome della popolarità.
- Dissonanze tra esperti: Le contraddizioni lessicali e contenutistiche tra virologi, epidemiologi, esperti e scienziati creano un clima di incertezza e sfiducia, rendendo difficile per il cittadino comune discernere la verità.
- Narcisismo digitale e mediatico: Il vano parlare di inconcludenti narcisisti del web e della televisione contribuisce a inquinare il dibattito pubblico con superficialità e autoreferenzialità.
- Polemiche astratte: Anche nel mondo accademico e filosofico, si assiste a polemiche astratte sull'essenza del Male, come quella tra Agamben e Flores D’Arcais, che, pur stimolanti intellettualmente, rischiano di allontanarsi dalla concretezza dei problemi urgenti.

Questo uso approssimativo, casuale e sbadato del linguaggio genera un fastidio intollerabile. Non si tratta di un'intolleranza verso il prossimo, ma di un disagio profondo verso la perdita di significato e di forza conoscitiva che il linguaggio dovrebbe veicolare. L'inglese, con la sua sinteticità, si è imposto in molti ambiti, e noi siamo ricettivi all'idea di accorciare, tagliare, abbreviare e spogliare discorsi, parole e messaggi. Tuttavia, questo processo rischia di condurci a un livellamento verso parole identiche e banali, dove la diversità espressiva, e con essa la ricchezza di pensiero, viene annullata.
La Letteratura come Antidoto: Le Possibilità di Salute
Di fronte a questa crisi di civiltà e alla dilagante "peste del linguaggio", Calvino indica nella letteratura la via per trovare le "possibilità di salute". La letteratura, in particolare quella che risponde alle esigenze di chiarezza, profondità e originalità, può creare gli anticorpi necessari a contrastare l'espansione di questa epidemia.
Dario Voltolini, "Qualità letteraria e filtri editoriali nella produzione romanzesca contemporanea"
Calvino stesso, nelle sue "Lezioni Americane", destinate al ciclo di conferenze che doveva tenere presso l'Università di Harvard, incentrate sui valori letterari da preservare per il prossimo millennio, parte dalla constatazione di un uso del linguaggio "approssimativo, casuale, sbadato". Egli non si interroga sulle origini di questa epidemia, ma si concentra sulle vie di guarigione. La letteratura, per Calvino, non è una mera riproduzione della realtà, ma un atto di reinvenzione. Essa non copia, non fotografa il reale, ma lo trasfigura, proponendo nuove prospettive, altre possibilità di pensiero e modi inediti di utilizzare il linguaggio.
Le Caratteristiche della Letteratura Salutare
La letteratura che può fungere da antidoto alla peste del linguaggio possiede caratteristiche ben precise:
- Ribelle e nomade: Deve essere ribelle piuttosto che servile, sradicata piuttosto che integrata, nomade piuttosto che sedentaria, audace piuttosto che risparmiatrice, universale piuttosto che tribale.
- Generosa e generatrice di insicurezza salutare: La sua esistenza è giustificabile solo se riesce ad essere generosa, a darsi senza risparmio, a mettersi in gioco. Deve offrire un'insicurezza salutare, spingendo il lettore oltre i confini del conosciuto.
- Trasformatrice: Un libro vive ed è vivo solo in quanto ci modifica. Se, dopo averlo letto, non siamo più gli stessi, se la nostra percezione di noi stessi e del mondo è cambiata, allora quel libro ha compiuto la sua missione, proprio come sosteneva Giulio Einaudi.
- Ricercatrice di "chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno": Calvino ci esorta a cercare e riconoscere, in mezzo all'inferno della crisi contemporanea, ciò che non è inferno, a farlo durare e dargli spazio. La letteratura è uno strumento fondamentale per questa ricerca.
La Peste delle Immagini e la Perdita di Senso
La "peste del linguaggio" non si limita alla parola scritta o parlata; essa colpisce anche le immagini che ci vengono propinate a ritmi vertiginosi. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini, trasformate dai media in una fantasmagoria priva di necessità interna, che si sfalda e si dissolve immediatamente, come i sogni. Queste immagini, spesso prive di un significato profondo o di una forza evocativa duratura, lasciano una sensazione di estraneità e disagio.

La letteratura, al contrario, possiede la capacità di creare immagini che hanno una loro necessità interna, forme e significati ricchi, capaci di imporsi all'attenzione e di generare riflessione. Non si limita a presentare il mondo, ma lo reinventa, offrendo al lettore una realtà diversa e, forse, più veritiera.
Il Racconto come Strumento Umano Fondamentale
L'uomo è l'unico animale che non può vivere senza racconti, senza produrre e consumare continuamente creazioni mentali. L'esempio dei nipotini, che necessitano di una narrazione fiabesca della loro giornata affinché acquisti senso e diventi leggibile, illustra perfettamente questa esigenza. La giornata, una volta "raccontata", diventa letteratura, acquisendo significato e struttura.
Oggi, tuttavia, si tende a produrre opere facilmente riconoscibili e rassicuranti, che comunicano un senso di familiarità protettiva. In un mondo che ci sembrava più solido, cercavamo l'ignoto e la sfida. Oggi, confusi e spaventati, cerchiamo la rassicurazione e la continuità, il bisogno di sicurezza del branco perché non sappiamo più stare da soli.
La Sfida della Letteratura: Lasciare i Porti Sicuri
Calvino stesso affermava di non scrivere per cambiare il mondo, ma l'augurio che possiamo fare agli autori e ai lettori è quello di ritrovare il gusto della sfida, di lasciare la sicurezza dei porti per rimettersi in mare. Dobbiamo decidere di affrontare nuovamente le burrasche, come Ulisse, per arrivare a terre sconosciute che ci riveleranno finalmente a noi stessi, permettendoci di tornare più consapevoli al punto di partenza.
La "peste del linguaggio" si manifesta anche nella tendenza a semplificare eccessivamente, a ridurre tutto a "cosa, bello, brutto". Gli aggettivi vengono privati della loro capacità di sfumare, i superlativi regnano sovrani, e molti sostantivi vengono obliati. Questo impoverimento lessicale non è un gioco autoreferenziale degli intellettuali, ma un sintomo di una più profonda crisi di pensiero e di espressione.
Le "Lezioni Americane" di Calvino, con le loro sei proposte per il prossimo millennio - Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza - rimangono un faro per navigare in questo mare tempestoso. Esse ci invitano a riscoprire il valore della precisione nel linguaggio, la capacità di rendere visibile ciò che è astratto, la ricchezza della molteplicità delle prospettive e la forza della coerenza nel pensiero.
In conclusione, la "peste del linguaggio" è una crisi profonda che mina la capacità umana di comprendere, comunicare e dare senso al mondo. Ma, come Calvino ci insegna, la letteratura, con la sua capacità di reinventare la realtà, di offrire nuove prospettive e di stimolare la riflessione, possiede il potere di creare gli anticorpi necessari per la guarigione, invitandoci a un viaggio audace verso la scoperta di noi stessi e di un linguaggio più autentico e significativo.