Il Capitolo XXVI de "I Promessi Sposi": Tra Peste, Voti e Nuove Speranze

Il capitolo XXVI de "I Promessi Sposi" segna un punto di svolta cruciale nella narrazione, introducendo elementi che preludono alla catastrofe imminente della peste, ma allo stesso tempo svelando segreti e riavvicinando i protagonisti a un futuro incerto. È un capitolo denso di avvenimenti che intrecciano le vicende private dei personaggi con il grande affresco storico della Lombardia del Seicento, un periodo segnato da carestie, guerre e, soprattutto, dall'ombra incombente di un'epidemia devastante.

La Caduta di Don Abbondio e il Ritorno di Renzo

L'inizio del capitolo ci presenta le conseguenze del colloquio tra Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo. Il curato, dopo i severi rimproveri ricevuti, appare sinceramente pentito e commosso. Il cardinale gli ha ricordato il suo dovere pastorale, sottolineando come la codardia e la paura non debbano mai prevalere sulla fede e sulla carità verso il prossimo. Don Abbondio, sebbene consapevole della gravità delle sue mancanze, non può fare a meno di giustificarsi, evidenziando la sua natura timorosa e le minacce subite. Tuttavia, il cardinale, con rara umiltà e profonda comprensione, ammette anche le proprie debolezze, invitando il curato a una riflessione congiunta sull'alto valore del ministero sacerdotale. Nonostante le scuse e le promesse di un futuro riscatto morale, il lettore percepisce che la natura fondamentalmente pavida di Don Abbondio difficilmente potrà essere del tutto trasformata. Egli, tuttavia, avrà modo di dimostrare un certo altruismo in futuro, ottenendo l'interessamento del marchese erede di Don Rodrigo per far revocare il mandato di cattura su Renzo e facilitando la vendita dei poderi dei due promessi a un prezzo vantaggioso.

Don Abbondio e il cardinale Borromeo

Nel frattempo, la situazione di Renzo, che si era rifugiato nel Bergamasco presso il cugino Bortolo, evolve inaspettatamente. Le autorità del Ducato di Milano, su pressione del governatore Don Gonzalo Fernandez de Cordoba, iniziano a indagare sulla sua presenza. Don Gonzalo, lungi dall'avere un'ossessione personale per il filatore, agisce in un più ampio e complesso gioco politico legato alla guerra di Mantova e del Monferrato, in cui Renzo si è trovato involontariamente coinvolto. Il paragone, apparentemente sproporzionato, tra Renzo e Annibale Barca, sottolinea l'abisso tra i potenti attori della scena politica internazionale e gli umili individui che ne subiscono le conseguenze. Per sfuggire alle ricerche, seppur blande e destinate a rimanere senza esito, Renzo è costretto ad assumere una falsa identità, presentandosi come Antonio Rivolta e cambiando filanda. Questo trasferimento, sebbene dettato da necessità, lo allontana ulteriormente da Lucia e dalla sua terra, alimentando la sua inquietudine.

Il Voto di Lucia e il Dono dell'Innominato

Il capitolo si sposta poi a casa di Agnese, madre di Lucia. L'Innominato, ormai convertito e desideroso di espiare le sue colpe, fa pervenire ad Agnese, tramite il cardinale Borromeo, una cospicua somma di cento scudi d'oro. Questo dono, una vera fortuna per l'epoca, eccita immediatamente la fantasia di Agnese, donna nota per la sua parsimonia. L'offerta dell'Innominato di rivolgersi a lui in caso di necessità verrà in seguito accolta dalla donna, che si rifugerà presso il suo castello insieme a Don Abbondio e Perpetua per sfuggire alla calata dei Lanzichenecchi.

Agnese che riceve il denaro dall'Innominato

Tuttavia, la gioia per il dono viene presto offuscata da una rivelazione sconvolgente. Lucia, turbata dall'entusiasmo della madre per il denaro, confessa di non poter più sposare Renzo. La ragione è un voto di verginità pronunciato durante la prigionia nel castello dell'Innominato, una promessa fatta alla Madonna in cambio della salvezza. Agnese, pur costernata, si sente vincolata dalla sacralità del voto e non osa dissuadere la figlia, nonostante la sua natura pragmatica. Lucia, convinta della validità del suo impegno, chiede alla madre di informare Renzo della situazione, inviandogli metà della somma ricevuta come risarcimento per il sacrificio che dovrà compiere, e di pregarlo di dimenticare il matrimonio. La ragazza desidera che la faccenda del voto rimanga segreta, ignara del fatto che tale voto potrebbe non essere valido e che solo Padre Cristoforo potrà scioglierla da questo vincolo. Agnese, pur con un velo di comica rassegnazione, accetta di adempiere alle richieste della figlia, pur prevedendo che il denaro non potrà consolare Renzo per la perdita di Lucia.

La Peste all'Orizzonte

Mentre le vicende private dei personaggi si dipanano, l'ombra della peste inizia a farsi tangibile. Il narratore, con un approccio che fonde narrazione e ricostruzione storica, descrive l'insorgere del morbo nel Milanese. Si fa riferimento alle cronache dell'epoca, citando il protofisico Ludovico Settala e le sue preoccupazioni, ma anche la diffusa incredulità e negligenza della popolazione e delle autorità. La carestia e le devastazioni causate dalla soldatesca avevano già messo a dura prova la Lombardia, rendendo la gente insensibile ai nuovi pericoli.

Mappa della Lombardia del XVII secolo

Il racconto della diffusione della peste è dettagliato e inquietante. Si descrive l'arrivo del morbo a Milano, inizialmente attribuito a un soldato italiano al servizio della Spagna. Nonostante i primi decessi, tra cui quelli di alcuni medici, l'inverno e la generale reticenza portano a una pericolosa sottovalutazione della minaccia. Le autorità sanitarie, rappresentate dal Tribunale di Sanità, si muovono con lentezza e incertezza, mentre la popolazione reagisce con diffidenza e ostilità verso chi cerca di diffondere allarme. La narrazione evidenzia come la paura della peste e del Lazzaretto porti a comportamenti irrazionali, come la mancata denuncia dei contagi e la corruzione dei funzionari addetti alla sepoltura dei cadaveri.

Il capitolo si conclude con la descrizione delle prime manifestazioni della peste in città, con sintomi violenti e improvvisi che colpiscono indiscriminatamente. Il narratore fa riferimento a scritti contemporanei, come quello di Giuseppe Ripamonti, per descrivere la confusione e l'incredulità che accompagnano l'epidemia. Viene anche menzionato il governatore Don Gonzalo Fernandez de Cordoba, la cui partenza da Milano è segnata dalle proteste popolari e da un clima di tensione politica che si intreccia con la crisi sanitaria. La peste, dunque, non è solo un evento storico, ma un simbolo del disordine morale e sociale che affligge la società, una prova che rivelerà i veri volti dei personaggi e metterà a dura prova la resilienza umana.

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In sintesi, il capitolo XXVI de "I Promessi Sposi" è un crocevia narrativo fondamentale. Chiude alcune parentesi, come il dialogo tra Don Abbondio e il cardinale, mentre apre nuovi scenari legati al voto di Lucia e al futuro incerto di Renzo. Soprattutto, introduce in modo potente l'elemento della peste, che da minaccia imminente si trasformerà nel motore di gran parte della tragedia successiva, sconvolgendo le vite dei personaggi e la società intera.

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