La musica, nella sua essenza più profonda, trascende le definizioni e le categorizzazioni. È un linguaggio universale che, nelle mani di artisti visionari, diventa veicolo di esplorazione interiore, ponte tra passato e futuro, e specchio della condizione umana. In questo fertile terreno di indagine artistica si muovono Angelo Trabace ed Enrico Gabrielli, due compositori le cui visioni, pur divergenti nella forma, convergono in un'ineludibile ricerca di libertà e autenticità espressiva. La conversazione che segue, un'intervista reciproca mediata da una curiosità condivisa, si propone di addentrarsi nel cuore pulsante dei loro recenti lavori discografici: "Abbash" di Trabace e "Der Maurer Vol. 2" di Gabrielli. Attraverso un dialogo ricco di deviazioni, intuizioni fulminanti e scavi in profondità, esploreremo le filosofie artistiche che animano questi due album, diversi per concezione ma uniti da una comune tensione verso la rivelazione delle peculiarità del proprio cammino creativo.

"Abbash": Un Viaggio Interiore nelle Radici della Memoria
"Abbash", il secondo album solista di Angelo Trabace, compositore lucano già noto per le sue collaborazioni con artisti del calibro di Colapesce e Dimartino, Vasco Brondi e Francesco Bianconi, si presenta come un lavoro intimo e profondamente personale. Nato in un contesto familiare, con la partecipazione del fratello Alessandro e del padre Giuseppe, e sapientemente prodotto da Matteo Cantaluppi, l'album affonda le sue radici nel terreno fertile della memoria. Il titolo stesso, derivato da un'espressione dialettale che significa "giù, sotto", funge da chiave di volta per un viaggio sonoro che si propone di esplorare le profondità dell'animo umano: affetti, assenze, paesaggi interiori e forze silenziose. Le dodici tracce che compongono "Abbash" intrecciano sapientemente il pianoforte con un'elettronica rarefatta, echi folk, atmosfere ambient e una spiritualità intrinsecamente mediterranea.
Angelo Trabace descrive "Abbash" non come un atto di sperimentazione in senso classico, ma piuttosto come un "ritorno". Un ritorno a casa, in senso affettivo e musicale. Il suo è un lavoro tonale, melodico, quasi terapeutico, privo di intenti decostruttivi. L'obiettivo primario è stato quello di ricostruire un rapporto intimo con il pianoforte, strumento che ha rappresentato per lui sia un rifugio che una prigione. La collaborazione con i familiari ha trasformato la creazione musicale in uno spazio di condivisione, un tentativo di "ricomposizione" emotiva e familiare.
"Per me, l'emozione è il punto di partenza," afferma Trabace. "Abbash nasce da un'urgenza emotiva molto forte. È stato un lavoro di ricomposizione familiare, dopo un lutto. Il disco nasce anche da un bisogno di ritrovarsi, e il titolo allude proprio a questa discesa simbolica dentro le radici. Hillman scriveva che crescere è discendere, e io ho cercato una forma musicale per questa discesa. Abbash è come una stanza in cui ci si rifugia, in cui si cerca di abitare il silenzio 'aggrappandosi alle note', come recitava il direttore nel celebre finale di Prova d'orchestra di Fellini: 'Le note ci salvano!'"
Questo desiderio di rifugio e protezione sonora si riflette nella qualità quasi tattile della musica di Trabace. Si percepisce la fisicità, l'emozione tangibile che permea ogni nota. Il suo tocco è fermo, ma vibrante, capace di evocare un profondo legame con la terra d'origine e le proprie radici. Il brano che dà il titolo all'album, "Abbash", chiude il disco con un senso di discesa, di conclusione, una variazione in fa minore che deraglia volutamente dallo spartito, quasi a simboleggiare la liberazione da schemi predefiniti.
Tuttavia, Trabace non si ferma a questo legame quasi simbiotico con le sue origini musicali. Pur non vergognandosi della natura più romantica di alcuni brani, che rappresentano una parte di sé che sta cercando di lasciarsi alle spalle, sente ora il bisogno di andare oltre, di staccarsi, di cercare la coralità e l'interazione con altri musicisti, puntando verso una scrittura più collettiva. Il pianoforte, pur essendo stato un punto di partenza fondamentale, è stato anche una "prigione" che lo ha isolato per anni. Ora desidera superare la distanza tra musica e ascoltatore, sfidando l'idea che la musica colta sia qualcosa di morto e severo. La vera sfida, per lui, è far parlare gli strumenti con una voce viva, portando questa voce fuori dalle classifiche e dai contesti elitari, nei luoghi in cui possa essere veramente ascoltata.

"Der Maurer Vol. 2": L'Esplorazione Compositoria di Enrico Gabrielli
Dall'altra parte del dialogo artistico, Enrico Gabrielli riapre dopo sedici anni il cantiere "Der Maurer", lo pseudonimo con cui firma il suo lavoro da compositore. Il nuovo capitolo raccoglie brani scritti tra il 1999 e il 2025, offrendo uno sguardo ampio e stratificato sul suo rapporto con la scrittura musicale colta. Il percorso di Gabrielli abbraccia senza soluzione di continuità musica d'arte e pop, accademia e scena indipendente, dimostrando una trasversalità che gli ha permesso di transitare con disinvoltura dai Mariposa ai Calibro 35, dai Winstons alle collaborazioni internazionali con artisti del calibro di PJ Harvey, Iggy Pop e Mike Patton.
"Der Maurer Vol. 2" è un compendio di una traiettoria artistica che parte dagli anni della formazione milanese, attraversa l'esperienza con i Virtuosi della Scala e gli ensemble contemporanei, e si proietta verso la diffusione della musica contemporanea attraverso la collana su abbonamento 19'40", che pubblica il disco stesso. Gabrielli utilizza la scrittura musicale come strumento per "spostarsi, per andare oltre, anche oltre sé stesso". La sua musica è caratterizzata da una sorta di "ipercinesia", una vitalità che non teme l'audacia intellettuale, ma che è sempre sorretta da un rigore e una leggerezza sorprendenti.
"Per me è ancora un mistero," riflette Gabrielli sul tema dell'emozione in musica. "Cos'è l'emozione in musica? È la partenza o l'arrivo? È la verità che il suono può rivelare o qualcosa che ciascuno di noi ci proietta dentro? C'è chi si emoziona con Luigi Nono, chi con i Genesis, coi Sigur Rós, anche con GG Allin. L'emozione non ha un linguaggio univoco, è un incontro imprevedibile."
Gabrielli, pur provenendo da un'educazione classica rigida e avendo studiato clarinetto fino al diploma in conservatorio, ha trovato nella sua carriera un modo per sfuggire alle categorizzazioni. Ha frequentato maestri che spaziavano da chi scriveva in modo strettamente tonale a chi prediligeva approcci più concettuali. Lui stesso aspirava a essere un "compositore puro", una figura di spicco nel panorama della musica contemporanea. Tuttavia, la sua produzione discografica rivela una leggerezza profonda e una libertà rara, che spesso evocano l'immagine di una banda che suona per le strade di un paese.
La sua scrittura, per quanto possa apparire razionale o strutturale, non ignora la dimensione dell'ascolto. Pur sfidando talvolta l'ascoltatore, Gabrielli riconosce l'importanza di un pubblico, anche quando lo mette in difficoltà. A differenza di alcuni ambiti della musica contemporanea in cui il pubblico è "totalmente ignorato", il suo lavoro si pone in relazione con esso. "Mentre lo facevi, tu il pubblico l’hai considerato? Ti sei posto il problema di chi ti avrebbe ascoltato? Oppure no? Perché io, a volte, ho la sensazione che il mio disco non abbia nessun senso. È un oggetto messo lì, in mezzo al nulla. Ma il tuo… il tuo ha senso."
Enrico Gabrielli, musica colta per tutti
Affinità Elettive: Cinema, Commedia Italiana e la Sfida alla Contemporaneità
Nonostante le apparenti divergenze nei percorsi e nelle estetiche musicali, Trabace e Gabrielli scoprono una sorprendente affinità in diversi ambiti, che vanno ben oltre la mera condivisione di un'epoca. La passione per il cinema, in particolare per la commedia italiana degli anni '50-'80, con i suoi maestri come Totò, Sordi, Verdone e Troisi, rappresenta un terreno comune di profonda risonanza emotiva. Questo imprinting culturale, trasmesso spesso dai padri e dai nonni, ha plasmato la loro sensibilità artistica, creando una "zona poetica comune" che Trabace definisce come qualcosa di "non condivisibile con chiunque".
Questa comunanza di influenze si manifesta anche nel modo in cui entrambi affrontano la musica contemporanea e la sua percezione da parte del pubblico. Gabrielli analizza criticamente la "nevrosi storica" che ha caratterizzato molta musica contemporanea del Novecento, spesso intrisa di ideologie rigide che hanno finito per sovrastare la fruizione musicale stessa. Egli sottolinea come, in passato, la musica colta fosse deliberatamente separata dalla musica popolare, creando tabù e divisioni nette.
"Oggi non viviamo più in un mondo di peccato, ma in un mondo di senso di colpa," osserva Gabrielli, citando una frase ascoltata di recente. "Il senso di colpa ha preso il posto del peccato, soprattutto nelle società opulente come la nostra. E infatti oggi non ci sono più dogmi che ti dicono cosa puoi o non puoi fare, né partiti di massa che impongano un codice morale. Ma ci mettiamo comunque da soli dei limiti, dei paletti, delle regole. Ci autocensuriamo. È come se la natura umana, almeno quella dei Paesi ricchi, avesse bisogno di un meccanismo di contenimento. Per non perdersi del tutto."
Questa autocensura e la tendenza a rifuggire il pubblico, secondo Gabrielli, hanno portato molti lavori di musica contemporanea a vivere in circuiti chiusi, finanziati da fondazioni o fondi pubblici, senza fare i conti con la "gente reale" e senza porsi la questione dell'ascolto condiviso. "Il pubblico è un elemento totalmente ignorato. Non interessa. Perché non è da lì che arriva il riconoscimento, né il plauso, né le commissioni, né il lavoro. È un sistema parallelo."
Di fronte a questa analisi, Trabace concorda sulla necessità di riportare la musica, tutta la musica, nei "luoghi piccoli", in spazi accessibili. Critica la tendenza post-Covid a puntare tutto sui megaeventi, a scapito delle piccole realtà. Egli evidenzia come l'ossessione nel chiedersi "cosa vuole il pubblico" possa portare molti artisti a fare musica per compiacere, perdendo così la propria autenticità e smarrendo il proprio riflesso nel proprio lavoro.
"Io ho aspettato tanto prima di metterci la faccia," confessa Trabace. "Prima dovevo zittire i miei critici interiori, i busti, i fantasmi." Questo processo di auto-superamento è fondamentale per poter poi esprimere liberamente la propria voce artistica, andando oltre i limiti autoimposti e le pressioni esterne.

Oltre gli Spartiti: Tra Tonalità e Sperimentazione
Entrambi gli artisti, pur muovendosi su traiettorie distinte, condividono una profonda riflessione sul rapporto tra la musica "colta" e il suo pubblico, tra la rigidità dello spartito e la libertà dell'interpretazione. Trabace, pur cercando di andare oltre la tonalità, ammette che non è facile. La musica contemporanea, nella sua evoluzione del Novecento, è stata spesso vista come una "grande nevrosi storica", soprattutto europea, legata a ideologie forti che ne hanno limitato la fruizione.
Gabrielli, pur riconoscendo la sua formazione classica, ha saputo trasfigurare questa eredità in un linguaggio personale e trasversale. La sua capacità di "contenere molte identità musicali e affrontarle tutte con rigore e leggerezza insieme" è una qualità che Trabace ammira profondamente, specialmente in un'epoca che spinge verso l'incasellamento in un unico genere. Per Trabace, l'artista ideale è colui che "riesce a contenere moltitudini e a mettere insieme vari tipi di arte", qualcuno le cui opere, pur non comprese immediatamente, spingono a un ritorno e a un approfondimento.
La conversazione tra i due compositori rivela un'anima comune, quella di chi ha scelto che la musica non è solo un mestiere, ma un modo per mettersi in gioco, per abitare il tempo e, soprattutto, per restare umani in tempi sempre più difficili. La ricerca di un linguaggio autentico, che sappia dialogare con il proprio vissuto interiore e, al contempo, con il mondo circostante, è il filo conduttore che lega "Abbash" e "Der Maurer Vol. 2" in un dialogo sonoro affascinante e rivelatore. La musica, in questo senso, diventa non solo espressione artistica, ma anche strumento di conoscenza di sé e del mondo, un faro nella complessità dell'esistenza contemporanea.
Enrico Gabrielli, musica colta per tutti
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