Librino e Scampia: Due Volti della Periferia Italiana tra Progettazione e Realtà

Introduzione: La Periferia come Specchio della Società

Le periferie delle città italiane, spesso nate con propositi ambiziosi e sotto la guida di archistar di fama mondiale, si trovano oggi a confrontarsi con una realtà complessa, lontana dalle utopie urbanistiche originarie. L'intervista a Roberta Torre e Gabriele Vacis, curata da Monica Centanni e Maria Rizzarelli, getta luce su due di questi contesti: Librino a Catania e, per contrasto, Scampia a Napoli, evocando anche lo Zen di Palermo. Questo articolo esplora le dinamiche che hanno portato alla trasformazione di queste aree, analizzando le intenzioni progettuali, le criticità emerse e le speranze di chi vive in questi quartieri.

Librino: La Progettualità Incompiuta di Kenzo Tange

Roberta Torre, regista del film "I baci mai dati", descrive Librino come una "scoperta antica". La sua prima impressione fu quella di una "periferia anomala" dove percepì una "progettualità che era stata poi disattesa". La mano di Kenzo Tange è ancora visibile nei "spazi grandi senza traffico" e nei "ponti che collegano le diverse isole pedonali". Torre fu colpita "esteticamente" e solo in seguito apprese la storia della sua nascita.

Inizialmente, Librino non era concepito come una periferia, ma come una "new town". La vicinanza dell'aeroporto, tuttavia, avrebbe "svalutato per sempre quel quartiere". Torre ha scelto Librino per ambientare il suo film proprio per la sua potenza visiva e per la sua storia di promesse disattese.

Vista aerea del quartiere Librino a Catania

Gabriele Vacis, regista di "La paura si cura", pur non avendo scelto Librino per un progetto specifico, ne riconosce l'importanza come esempio di "degrado urbanistico italiano". Egli sottolinea come "molti insediamenti massivi degradano la vita dei propri abitanti", spesso nati "con le migliori intenzioni o sotto gli auspici di archistar". A differenza di Scampia o dello Zen di Palermo, che sono "sovraesposti mediaticamente", Librino si presenta come una periferia del sud meno nota, ma altrettanto significativa.

Vacis ha scoperto Librino "per caso", durante un seminario a Siracusa nel 2008. La sua formazione da architetto lo ha portato ad interessarsi all'"incidenza degli edifici nella vita della gente". Incontri con docenti universitari e insegnanti locali gli hanno parlato di Librino, evidenziando lo "scollamento con la Catania storica".

Roberta Torre, riflettendo sul suo approccio cinematografico, cita "Miracolo a Milano" di De Sica e "Rosetta" dei Dardenne. Ama il "realismo magico" del primo e il "realismo rigoroso e crudo" dei secondi. Il suo metodo consiste nel partire da una "realtà forte", un luogo o storie vere, per poi "trasfigurarli in un mondo fantastico, al limite della fiaba".

Gabriele Vacis, invece, richiama "Comizi d'amore" di Pasolini, notando come, se negli anni Sessanta l'amore e il sesso fossero temi centrali, oggi lo siano la "sicurezza e la paura". Questa riflessione lo ha spinto a intraprendere un "giro d’Italia" per indagare se le paure degli italiani corrispondessero a quelle diffuse dai media e dalla politica.

Torre evidenzia la differenza architettonica di Librino: "grandi spazi vuoti che avrebbero potuto diventare luoghi di aggregazione e invece sono rimasti solo dei non luoghi". Questa "progettualità disattesa e incompiuta" lo rende diverso da quartieri come Scampia o lo Zen, dove "l'umanità viene ammassata qua e là", creando un "effetto alveare". L'esistenza di uno spazio destinato a teatro, ora diventato "deposito di armi e droga", testimonia questa involuzione.

Vacis concorda sulla particolarità di Librino: la sua originalità architettonica lo rende un rappresentante emblematico del degrado urbano, perché "non assomiglia architettonicamente a nessun altro quartiere speculativo". A differenza delle "banlieue italiane sempre molto dense", Librino presenta "grandi spazi vuoti tra i palazzoni", rispettando i "principi del Le Corbusier" e la visione di Kenzo Tange.

La Bellezza Nascosta nel Disagio

Entrambi i registi riconoscono la capacità di trovare bellezza anche nelle ferite architettoniche e nel disagio sociale. Torre afferma di amare "cercare e trovare la Bellezza nascosta nelle pieghe del disagio, tra ammassi di cemento". In questi luoghi, "squarci di luce" e "visi" possono far pensare al "miracolo", giustificando la scelta di ambientare a Librino un film sui miracoli.

Vacis parla della "bellezza dei custodi della speranza". Nei centri come la Scuola Campanella Sturzo e il centro Talita Kum, ha incontrato "persone di buona volontà" che, pur vivendo "nell’inferno", non si adattano né si rassegnano. Cita l'esempio di Giuliana, volontaria della Caritas, e del preside della scuola, che seguono il consiglio di Calvino: "l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se c’è un inferno è quello che viviamo tutti i giorni, stando insieme".

Questi individui, i "custodi della speranza", creano "forme di enclave spazio temporali", cercando e facendo spazio a ciò che "non è inferno". Questa speranza, secondo Vacis, è l'unica bellezza possibile in tempi difficili, capace di "cambiare lo sguardo" di chi vive e di chi passa per il quartiere. Attraverso questi squarci di bellezza, si costruiscono comunità, dimostrando che, contrariamente a quanto affermava Margaret Thatcher, "la società esiste".

Un'immagine che evoca la speranza in un contesto urbano difficile

L'Umanizzazione del Quartiere: Dall'Abstratto al Concreto

Per Torre, l'esperienza a Librino è stata un processo di "umanizzazione". Dopo mesi di preparazione in cui le finestre erano solo "palazzi di cemento", l'incontro con gli abitanti ha dato un volto a ogni abitazione. Vivere con una famiglia per cinque settimane ha trasformato quella casa e le sue finestre nel loro "sguardo sulla grande piazza dell'Elefante e sulla realtà di quel quartiere".

Vacis conferma che "sono le persone a fare la differenza". Prima di conoscerle, Librino era "soltanto calcestruzzo e ferro". Dopo ore di dialogo, il quartiere diventa "un'altra cosa". Sorprendentemente, molti abitanti affermano che "non è poi così male viverci", emergendo un "incredibile 'Librino Pride'". Vacis cita Rilke: "in nessun dove, amata, ci sarà mai mondo se non in noi".

Il casting, per Torre, è "oltre la metà del film". A Librino, ha ottenuto un "archivio di volti straordinario", volti "antichi, come se proprio a Librino si fosse fermato il tempo".

Vacis, invece, definisce "La paura si cura" più un documentario che un film, pur non credendo in una differenza sostanziale tra i due generi. Non ha fatto casting, affidandosi alle persone conosciute e a quelle consigliate. Cercava "testimoni che comunicassero esperienze", mettendo loro "nelle condizioni di dire la verità". Molte persone intervistate avevano una "gran voglia di dire qualcosa di sé, qualcosa di vero", purché ci fosse qualcuno disposto ad ascoltarle.

Torre ha indagato sui "miracoli" desiderati dagli abitanti, scoprendo che spesso il loro desiderio più grande è il "lavoro", diventato "utopia". Queste risposte hanno modificato la sceneggiatura iniziale, dimostrando la sua apertura all'"imprevisto" e a ciò che la "stupisce".

Vacis non prepara una sceneggiatura prima di girare, seguendo il principio di Jean Luc Dardenne: "non fare il prima di farlo". Partendo dal presupposto che gli italiani abbiano paura degli immigrati o dei criminali, il suo viaggio lo porta a scoprire realtà diverse.

Felici Pochi Ep.09: Il realismo magico

Le Origini e le Criticità delle Grandi Periferie: Scampia, Corviale, Zen

L'analisi si estende poi alle origini e alle sorti di altre grandi realizzazioni urbanistiche, come le Vele di Scampia, il Nuovo Corviale a Roma e le Zone ESPANSIONE Nord (ZEN) di Palermo. Queste aree, progettate da architetti di fama come Vittorio Gregotti, Franco Purini, Francesco Di Salvo, Mario Fiorentino e Michele Valori, nascevano con l'intento di fornire ai ceti popolari "strutture residenziali e urbanistiche in cui potessero vivere una vita degna".

La progettazione di queste aree non prescindeva dalla dimensione estetica, ispirandosi a Le Corbusier e Kenzo Tange. Tuttavia, la molla prevalente era la volontà di creare "una società ad altissimo valore relazionale", dove gli spazi collettivi prevalessero su quelli privati, con l'obiettivo di "determinare i comportamenti sociali" degli abitanti. Di Salvo, ad esempio, voleva "il giusto prima del bello", puntando a un "microcosmo ideale".

Mario Fiorentino, con il Nuovo Corviale, mirava a negare il concetto di abitazione popolare tradizionale, creando un quartiere dotato di servizi e spazi collettivi, inserito nel tessuto urbano ma anche "contro la città", intesa come concezione capitalistica. Il suo "giusto" era "eminentemente politico", volto a ridistribuire la ricchezza socio-culturale.

Anche la storia delle ZEN di Palermo presenta una matrice simile, aggravata dal terremoto del Belice e dalla pervasività della mafia. Vittorio Gregotti considerava l'architettura un'opera d'arte che dovesse migliorare la realtà sociale, richiedendo al progettista una profonda conoscenza del contesto storico. La sua visione progressista e illuminista si incarnò nella ZEN 2, concepita come "quartiere-modello".

Illustrazione delle

Il Fallimento delle Utopie: Da Modelli a Ghetti

La sorte di queste aree abitative è, purtroppo, segnata dal fallimento delle utopie originarie. Delle sette Vele di Scampia, quattro sono state abbattute, altre lo saranno, e solo una sarà riqualificata. Il Nuovo Corviale è oggetto di proposte di abbattimento, e le ZEN di Palermo faticano a trovare percorsi di riqualificazione convinti.

Questi insediamenti sono diventati "l'esatto contrario di quello che i loro progettisti volevano: ghetti estranei ai contesti urbani". Gli abitanti sono stati stigmatizzati come "paria". Gli spazi di socializzazione sono stati occupati, e si sono insediati gruppi malavitosi. Un "individualismo familista, maleducato, gretto e sguaiato" ha cancellato ogni proposito di sviluppo solidale.

Le cause di questo scempio sono molteplici. L'incapacità e la mancata volontà della politica di attuare le indicazioni progettuali hanno inciso pesantemente. Tuttavia, non si possono ignorare i punti deboli nei propositi dei progettisti. Lucio Caracciolo afferma che la democrazia, e per estensione un tessuto sociale avanzato, non può essere imposto dall'alto. Esso si crea nelle coscienze di chi lo vive, altrimenti viene percepito come "estraneo, elitista, inaffidabile e incomprensibile".

Queste aree sono state progettate durante una stagione di impegno, ma consegnate negli anni Ottanta, in un periodo di "riflusso", disillusione e distacco da ogni idea di cambiamento. Nessun processo culturale può attecchire senza sensibilizzazione ed educazione.

Inoltre, la realizzazione di un progetto non è la fine, ma solo la prima fase. Un progetto deve essere "riattualizzato e ricontestualizzato", perché ha una gestazione e una vita propria, proprio come un essere umano. Ridurre l'architettura a "ostetricia" è dannoso.

Lo "spontaneismo", che i progettisti volevano evitare, è riapparso nella sua forma più deteriore, desiderato dalle stesse persone che si volevano emancipare. È stata una forma di difesa dalle prevaricazioni, ma anche conseguenza del "riflusso" e del cambiamento del paradigma culturale che ha elevato l'individualismo a valore assoluto.

Se l'architettura ha pensato di essere "propaganda del fatto", a ucciderla sono state le masse che voleva emancipare, in un parallelo con la storia di Carlo Pisacane. Le intenzioni erano nobili, ma la realizzazione meno, a causa di "colpe diffuse e per dolo".

Un limite involontario dei progettisti potrebbe essere stato il non tenere sufficientemente conto che l'utopia, pur doverosa, "fatica a diventare maggioranza" e non può prescindere dal confronto con la realtà. Il giusto e il bello coincidono quando sanno fare dell'utopia un piano condiviso, ancorato al reale.

Scampia: Tra Narrazione Mediatica e Realtà Quotidiana

La narrazione del presente ha eletto Scampia a "simbolo del degrado urbanistico italiano". Gabriele Vacis sottolinea come la realtà di Scampia, pur essendo oggetto di un'intensa attenzione mediatica e politica, sia spesso distorta, a "tutto danno dei suoi abitanti". Il quartiere è diventato un set per produzioni di fiction televisive, come "Gomorra", alimentando stereotipi negativi.

La vita a Scampia "non è affatto facile". Le Vele, progettate da Francesco Di Salvo, con le loro "sette" imponenti, rappresentavano un tentativo di creare una comunità ideale, ma si sono trasformate in un simbolo di degrado, con quattro strutture già abbattute e altre destinate allo stesso fine.

Le

Tuttavia, emergono voci che contrastano questa narrazione unidimensionale. Rosaria Iazzetta, artista che ha vissuto a Tokyo e poi a Scampia, ha lasciato una scritta sul palazzo: "… verso la felicità". Questa frase, letta e riletta, assume il ritmo di una "certezza e di un avvertimento, di una sfida".

Bice Salatiello, operatrice sociale dell'associazione "Laboratorio Zen Insieme" (che opera nello Zen di Palermo, ma la citazione sembra riferirsi a Scampia in questo contesto, creando una sovrapposizione), insiste sulla differenza tra Scampia e lo Zen: "Lo ZEN non è Scampia". Sostiene che a Scampia "non c’è tutta questa delinquenza" e che la gente cerca "lavoro e riscatto sociale". Dopo gli arresti dei Lo Piccolo, la rete criminale che viveva alle loro spalle tenta ora di uscire dall'illegalità.

Bice, a 82 anni, con tenacia ha contribuito all'apertura di due asili nido. Racconta di come alcuni ragazzi spacciatori abbiano consegnato una lettera a Rita Borsellino, esprimendo il desiderio di lavorare e uscire dalla situazione di illegalità. Molti abitanti desiderano andar via, sentendo i rischi che corrono rimanendo. Persino le madri vedono con favore la futura stazione dei carabinieri in un'area precedentemente sgomberata.

Massimo Castiglia dell'associazione "Handala" concorda con Bice: i giornalisti offrono un'"immagine distorta della realtà". La gente è "solidale fra loro", desidera il riscatto sociale e si chiede "cosa fa lo Stato per loro". Si sentono "abbandonati e lottano per non cadere nella trappola della malavita". Castiglia, insieme ai ragazzi del "Laboratorio Zeta di Palermo", ha organizzato il Carnevale per i bambini del quartiere.

Queste testimonianze suggeriscono che, nonostante le evidenti difficoltà e la dura realtà, a Scampia esistono sforzi concreti per il cambiamento e la speranza di un futuro migliore, spesso in contrasto con la narrazione mediatica dominante.

Lo Zen di Palermo: Tra Abusi, Solidarietà e Speranze di Riscossa

Lo Zen di Palermo (Zona Espansione Nord), oggi rinominato S. Filippo Neri, nasce nei primi anni sessanta con un progetto che prevedeva un impianto planimetrico ortogonale formato da 18 "insulae". Le case dello Zen 2 sono state perlopiù occupate dai figli degli abitanti dello Zen 1, a causa del sovraffollamento e del desiderio delle giovani coppie di avere un proprio tetto.

Bice Salatiello, operatrice sociale dell'associazione "Laboratorio Zen Insieme" da oltre vent'anni, ripete con enfasi: "Lo ZEN non è Scampia". Sottolinea che nel quartiere non c'è la stessa delinquenza di Scampia e che la gente cerca lavoro e riscatto sociale.

Un'immagine che rappresenta la solidarietà comunitaria

Massimo Castiglia dell'associazione "Handala", che lavora nel quartiere da molti anni, conferma che i giornalisti danno un'"immagine distorta della realtà". Gli abitanti sono "molto solidali fra loro" e vorrebbero uscire dal degrado, ma si sentono "abbandonati" dallo Stato.

Le case dello Zen 2, sebbene "manomesse e modificate dagli occupanti", sono "ben solide e molto ampie". I cortili esterni, che appaiono bui e angusti nelle immagini mediatiche, in realtà non lo sono, riproducendo, con più spazio e verde, le "tradizionali strade strette del centro storico".

La signora Enza, occupante da oltre quindici anni, desidera trasformare una piazza in un "giardino e un parco per i bambini". Afferma che "quello che dicono o fanno vedere del quartiere è falso e bugiardo" e che "tutti tengono alla propria casa e alla pulizia esterna". Nonostante le difficoltà, dichiara: "Io da qui non me ne voglio andare più. Qui sto bene. Quando vado in città, a Borgo Vecchio dove sono nata, subito sento l’aria irrespirabile e mi metto a starnutire. Qui invece siamo in mezzo al verde e alla natura".

La questione dell'acqua e dell'elettricità è complessa. Per l'acqua, esiste un contenzioso tra lo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) e l'AMAP (Azienda Municipale Acquedotto di Palermo), che impedisce agli occupanti di regolarizzare la propria posizione. Pagano una quota mensile a privati per l'approvvigionamento e la manutenzione. Il figlio di Enza, Giovanni, chiarisce che i soldi versati non sono "pizzo", ma un compenso per la cura dei giardini, della luce dei cortili, della pulizia degli atri e dello svuotamento delle cisterne.

Alberto Mangano, ex assessore all'Urbanistica, ricorda gli sforzi delle Giunte del Rinnovamento negli anni '90 per dare abitabilità agli alloggi, urbanizzare le strade e incentivare i contratti con l'ENEL. Tuttavia, il contenzioso sull'acqua ha rallentato i processi.

La Dr.ssa Rosa Vicari, dirigente coordinatore degli Interventi Abitativi, sottolinea che gli occupanti erano "fuori legge" e che le risorse per trovare soluzioni abitative sono limitate. L'operazione di sgombero di ventitré locali è costata 120.000 euro, evidenziando le difficoltà nell'affrontare l'abusivismo.

Nonostante le problematiche, la sinergia tra Comune, IACP, AMAP e Prefettura sembra migliorare negli ultimi tempi. L'AMAP ha messo contatori in un'area, ma solo 20 alloggi su 250 hanno stipulato un regolare contratto. La situazione sociale è "difficile e complessa", e l'acqua sottratta abusivamente viene registrata come "perdite".

Il quartiere ZEN, pur con le sue criticità legate all'abusivismo e alla gestione delle risorse, mostra segnali di vitalità e di un forte senso di comunità, con abitanti che difendono il proprio spazio e desiderano migliorarlo, spesso in contrasto con l'immagine veicolata dai media.

La Bellezza dell'Etica e la Ricerca del Giusto

L'idea di "giusto" prima del "bello" emerge come un filo conduttore nelle intenzioni progettuali di molte periferie italiane del Novecento. Questa visione, seppur con sfumature diverse, era presente in architetti come Di Salvo, Fiorentino e Gregotti. L'obiettivo era migliorare la vita delle persone, creare comunità e redistribuire ricchezza socio-culturale.

Tuttavia, la realtà ha spesso tradito queste aspirazioni. L'individualismo dilagante, l'incapacità politica e la mancata comprensione delle dinamiche sociali hanno trasformato utopie in ghetti. Come afferma Lucio Caracciolo, la democrazia e un tessuto sociale avanzato non possono essere imposti dall'alto; si creano nelle coscienze.

La bellezza, in questo contesto, non è solo estetica, ma etica. È la bellezza della "speranza", della "buona volontà", di chi "non si adatta, non si rassegna" all'inferno quotidiano. È la capacità di "cambiare lo sguardo", di "immaginare, progettare e generare l'inedito".

La sfida per il futuro delle periferie italiane risiede nel trovare un equilibrio tra il "giusto" e il "bello", tra l'utopia e il reale. Significa promuovere "scelte di sostenibilità integrale: sociale, ambientale, economico-finanziaria", creare "linguaggi viventi, non ideologici, per la comunità" e valorizzare i beni culturali di luoghi che ancora si considerano "marginali".

Il cambiamento è possibile, come dimostrano le prassi innovatrici che partono dalle periferie stesse. La vera gloria, nelle intenzioni, è stata presente, ma nella realizzazione è mancata in parte. La speranza risiede in un ripensamento e riprogettazione condivisa delle periferie, dove il "giusto" e il "bello" coincidano nel rendere l'utopia un "piano condiviso".

Felici Pochi Ep.09: Il realismo magico

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