"I Frutti Puri Impazziscono": Etnografia, Letteratura e la Ristrutturazione della Coscienza Occidentale

Il titolo del celebre saggio di James Clifford, "I frutti puri impazziscono", evoca immediatamente un senso di disorientamento e trasformazione. Lungi dall'essere una mera metafora poetica, come suggerito da alcuni, questo titolo, ispirato a una poesia di Carlos Williams, racchiude in sé la tesi centrale di un'opera che ha segnato una svolta epocale nel campo dell'antropologia e della nostra comprensione della cultura. L'opera non si limita a esplorare i concetti di cultura e identità, ma li decostruisce, rivelandoli come costrutti dinamici e inevitabilmente "meticci", frutto di incessanti scambi e contaminazioni.

Copertina del libro

Un Nuovo Paradigma per l'Antropologia

Rispetto alla letteratura antropologica corrente, che poneva un forte accento sul concetto di cultura come un'entità definita e omogenea, "I frutti puri impazziscono" rappresenta un vero e proprio punto di svolta. Per la prima volta, l'attività degli etnografi, degli "scienziati" che studiano le culture, viene analizzata con una piena consapevolezza teorica. Clifford sostiene che questa attività non è un'osservazione oggettiva e distaccata, ma è intrinsecamente legata alla generale storia intellettuale della modernità. Ancora più radicalmente, l'etnografia è considerata una produzione letteraria, un atto di scrittura attraverso il quale si ristruttura, si ridefinisce e si auto-comprende la coscienza dell'Occidente.

Questa nuova prospettiva abbraccia una vasta gamma di fenomeni storici e intellettuali. Include la fondazione di istituzioni emblematiche come il Musée de l'Homme, nonché imprese avventurose come la spedizione transafricana Dakar-Gibuti. Ma va oltre, esplorando le affascinanti connessioni tra movimenti artistici come il surrealismo e la disciplina etnografica. Clifford intraprende letture parallele di autori fondamentali come Joseph Conrad e Bronisław Malinowski, e dedica saggi a figure intellettuali di spicco come Victor Segalen, Michel Leiris e Aimé Césaire. L'opera affronta anche la discussione critica dell'influente saggio "Orientalismo" di Edward W. Said, un testo che ha profondamente messo in discussione le modalità con cui l'Occidente ha rappresentato e dominato l'Altro.

La Condizione di "Modernità Etnografica"

Clifford muove da una constatazione fondamentale: ci troviamo tutti immersi in una condizione di "modernità etnografica". Questa condizione ci lascia spiazzati in mezzo a tradizioni culturali che appaiono sempre più disgregate e frammentate. Siamo, in larga misura, vittime di un'instabilità e di uno sradicamento che sono diventati un destino comune. Questo sradicamento non è un fenomeno nuovo, ma si è intensificato nel corso del XX secolo, accelerato dai processi di globalizzazione, dalle migrazioni di massa e dalla crescente interconnessione tra le diverse parti del mondo.

La seconda metà del Novecento, in particolare a partire dalla pubblicazione di "Orientalismo" nel 1978, ha visto un fiorire di opere scientifiche e critiche che miravano a scardinare le certezze consolidate dell'Occidente. Queste opere hanno cercato di insinuare il dubbio, di rendere vacillanti le granitiche convinzioni che avevano sostenuto il predominio imperiale occidentale sul resto del globo. L'obiettivo era dimostrare che molte di queste certezze erano in realtà delle invenzioni, frutto di elaborazioni teorico-ideologiche funzionali alle logiche del potere e del dominio.

Mappa della spedizione transafricana Dakar-Gibuti

La Decostruzione dei Concetti Fondamentali

Le certezze che queste opere hanno messo in discussione sono di vasta portata: concetti come "Occidente", "Europa", "cultura", "identità", "etnia" e "razza" sono stati analizzati non come entità naturali e immutabili, ma come costrutti storici e ideologici. In particolare, le accezioni che l'Occidente aveva fornito di questi concetti - intesi come monoliti compatti, chiusi e impermeabili - sono state smontate pezzo per pezzo.

L'ottimismo che caratterizzava la migliore etnologia dei primordi, quella di fine Ottocento, che definiva la cultura come un insieme di morale, costumi, diritto, arte, conoscenze e credenze dei membri di una società, si è trasformato nelle incertezze di un'antropologia contemporanea che si muove su linee di faglia. Oggi, l'antropologia tende a riconoscere che, come ha saggiamente scritto Clifford Geertz, "a fronte della frammentazione del nostro mondo, la concezione tesa a individuare nella cultura - in una data cultura, in questa cultura - un consenso circa idee di fondo, sentimenti e valori comuni non regge più".

Tuttavia, è importante sottolineare che il mondo, anche in passato, non è mai stato veramente omogeneo e monolitico. Benedict Anderson, nel suo magistrale lavoro "Comunità immaginate", ha chiarito come le idee di nazione, cultura e Stato siano sorte non tanto dalla forza ineluttabile di una storia che mette tutto al suo posto, quanto da una pervicace opera di costruzione e immaginazione. Un esempio lampante è quello dei cosiddetti "padri della patria" come Guglielmo il Conquistatore o Giorgio I: essi non avevano alcuna consapevolezza di essere "inglesi" nel senso moderno del termine, né parlavano una parola di inglese, lingua che all'epoca della battaglia di Hastings non esisteva nemmeno nella sua forma attuale.

Il Dibattito sull'Identità Occidentale

Questo dibattito sulla natura costruita delle identità e delle culture si è manifestato anche in ambiti politici e ideologici. Un esempio citato è quello del discorso pronunciato da Marcello Pera, allora presidente del Senato, al Meeting di Cl a Rimini. Pera ha parlato con sicurezza dell'Occidente come di un "fatto" incontrovertibile, minacciato sia dalle sue pulsioni autodistruttive verso il materialismo e l'opulenza, sia dall'afflusso di popolazioni migranti che rischiavano di trasformare l'Europa in un "meticciato" aperto al terrorismo. Nel suo tentativo di fornire un apparato ideologico alla destra, fondato sul pensiero neoconservatore statunitense, Pera ha sottolineato la necessità di preservare la cultura occidentale.

Tuttavia, è lecito chiedersi se l'Occidente, ammesso che esista come entità unitaria, sia realmente minacciato dall'"orda islamica". Forse sarebbe più saggio concentrarsi sull'erosione dello stato di diritto - considerato uno dei migliori risultati della cultura occidentale - e del diritto internazionale, operata da un Occidente che sembra rinnegare le sue radici più profonde. Ci si dovrebbe interrogare se un "universalismo muscolare", che intende imporre la propria visione parziale del mondo, sia meno minaccioso del relativismo. Pera sostiene che i relativisti "scherzano col fuoco" nel tentativo di abolire il linguaggio della verità.

Il discorso sull'"inesistenza" delle culture o dell'Occidente, nell'accezione granitica utilizzata da Pera, non è affatto frutto di un becero relativismo. È piuttosto il risultato della consapevolezza che l'identità, persino quella individuale, e la cultura sono concetti dinamici, misti e "meticci", non monoliti immutabili. Essi si costruiscono e decostruiscono continuamente, si scrivono e riscrivono giorno dopo giorno, momento dopo momento, incontro dopo incontro. È il conflitto, inteso nel senso positivo di discussione e confronto dialettico, che traccia un'idea sempre mobile, quasi traballante ma proprio per questo feconda, di identità e cultura. Questi concetti, mutuando espressioni care all'epistemologia popperiana, sono sempre "sulle palafitte", costantemente in discussione. La speranza è che, proprio grazie a questa discussione, la società occidentale possa non solo sopravvivere, ma prosperare.

Illustrazione che rappresenta l'incontro tra culture diverse

La Svolta "Letteraria" e il Collage Etnografico

James Clifford è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori esponenti del postmodernismo in antropologia, una figura di rilievo internazionale la cui opera merita un'attenta considerazione. La sua formazione come storico, completata con un Ph.D. all'Università di Harvard, unita al suo profondo interesse per l'antropologia e la letteratura, gli ha consentito di sviluppare uno sguardo più disincantato e aperto rispetto a molti antropologi del passato, caratterizzati da approcci meno interdisciplinari.

I suoi primi lavori hanno contribuito in modo significativo a innovare la storia dell'antropologia, ponendo un'enfasi particolare sui concetti di cultura, arte ed esotico. "Person and Myth: Maurice Leenhardt in the Melanesian World" (1992) esplora i limiti e le possibilità della comprensione interculturale in contesti complessi e spesso violenti. Nei libri successivi, il suo pensiero critico e interdisciplinare si sviluppa ulteriormente: "Scrivere le culture: la poetica e la politica dell’etnografia" (1986), in co-curatela con George Marcus, e "I frutti puri impazziscono" (1988) sono considerati veri e propri spartiacque per l'antropologia. Sebbene Clifford stesso affermi che questi testi non abbiano introdotto nuovi paradigmi, è innegabile che essi "sono stati parte integrante di un fermento, di qualcosa che stava già accadendo, che ha […] mutato le pratiche antropologiche in maniera significativa".

In questi testi, Clifford espone l'idea centrale che ci troviamo in una condizione di modernità etnografica, caratterizzata da tradizioni culturali disgregate e da una continua riaggregazione nel tempo e nello spazio. A queste opere fanno seguito altri volumi fondamentali: "Strade: viaggio e traduzione alla fine del XX secolo" (1997), che si concentra sull'idea di "viaggio" come elemento integrante del lavoro sul campo e "luogo di contatto" tra culture; "Ai margini dell’antropologia" (2003), una raccolta di interviste che chiarisce i suoi rapporti con altre discipline e studiosi; e infine "Returns: Becoming Indigenous in the Twenty First Century" (2013), che si presenta come una critica all'etnografia storica e un tentativo di metterla in pratica.

IL SURREALISMO

La svolta "letteraria" promossa da Clifford e da altri studiosi postmodernisti ha posto una nuova attenzione sull'etnografia e sulle tecniche di scrittura. I testi etnografici non sono più visti come rappresentazioni "realistiche" della cultura, ma come "allegorie" sia letterarie che scientifiche, che mettono in scena l'alterità e, al contempo, le relazioni di potere tra autori e soggetti rappresentati. L'etnografia inizia a essere considerata allegorica, sia nel contenuto che nella forma. Lo stile letterario, attraverso l'uso di metafore e di una narrativa non lineare fatta di giustapposizioni, mette in scena strategie narrative che mirano a rappresentare la complessità dei rapporti interni ed esterni alle culture. La sovrapposizione di idee e significati che ne deriva porta alla frantumazione della loro natura apparentemente monolitica.

In virtù di questa nuova consapevolezza riguardo alla scrittura, l'etnografo elabora nuove modalità testuali più "dialogiche" e "polifoniche", che danno spazio a voci "altre" con cui lo studioso si rapporta: non solo quelle dei nativi, ma anche quelle provenienti da altre modalità di rappresentazione, come quelle letterarie e artistiche. Questa polifonia si estende alla cultura stessa: secondo Clifford, la cultura non è più un "frutto puro", ma un prodotto derivante da incroci e incontri.

In "I frutti puri impazziscono", Clifford sostiene l'impossibilità per una cultura di incarnare la purezza, soprattutto in un mondo sempre più globalizzato e ricco di scambi interculturali. Tuttavia, proprio da questa apparente perdita di autenticità e purezza emerge la possibilità di una infinita ricomposizione, che nei testi di Clifford si traduce in un'opera di pastiche o, come da lui stesso definito, in un collage.

Il collage si presenta come lo strumento più adatto alla nuova etnografia postmoderna, grazie alla sua capacità di unire elementi differenti e di mettere in contatto elementi estranei al contesto in cui sono presentati. Scrivere etnografie utilizzando il collage significa evitare di ridurre le culture a totalità organiche monolitiche e, al contempo, rendere manifeste le procedure che contribuiscono alla conoscenza etnografica.

Surrealismo ed Etnografia: Un Legame Segreto

Clifford lega l'etnografia postmoderna al movimento surrealista. Come l'etnografia postmoderna, il surrealismo valorizza il frammento e considera la cultura e le sue norme come assetti artificiali suscettibili di analisi partecipativa e di ricombinazioni. La realtà non è più un ambiente dato e naturale, ma viene messa in discussione. Sia il surrealismo che l'etnografia moderna si pongono alla ricerca di alternative al modo di vivere noto e stereotipato.

Le società "primitive" del pianeta sono diventate sempre più disponibili come risorse estetiche, e questa possibilità ha richiesto la moderna etnografia. La concezione della cultura come composta di codici simbolici intrecciati e imbricati, unita alla perplessità riguardo alla disposizione corretta di tali simboli, rende il collage uno strumento fondamentale. Esso permette all'etnografo di comporre e scomporre quelle che un tempo erano considerate gerarchie naturali della cultura.

Il "momento surrealista" nell'etnografia si manifesta quando si può fare una comparazione in un momento di tensione non mediata, nell'attimo in cui realtà culturali diverse sono costrette a una contiguità che genera attrito. Pensare al surrealismo come etnografia significa mettere in discussione il ruolo centrale dell'artista come origine assoluta e propendere per una visione più contestualizzata e posizionata. Umanesimo antropologico e surrealismo non si escludono, ma sono parti differenti di uno stesso contesto: il primo rende il diverso comprensibile e familiare; il secondo aggredisce il familiare rivelandone il lato inaspettato. Entrambi contribuiscono a generare significati culturali, un processo caratteristico della postmodernità mondiale che si manifesta nei testi scritti attraverso forme di collage.

In conclusione, il collage si costituisce come punto comune tra surrealismo ed etnografia postmodernista. Il surrealismo è il "compagno segreto" della nuova etnografia, che si trova in stretto contatto con arte e letteratura.

Il Campo Etnografico: Un Viaggio in Continua Trasformazione

Clifford introduce in antropologia un'idea di cultura più dinamica e ibrida, che prende forma in luoghi dai confini poco definiti. Questa nuova concezione influenza profondamente il modo in cui viene percepito il lavoro sul campo, che porta l'antropologo a considerare anche l'idea di viaggio. Il lavoro sul campo è una delle pratiche professionali più importanti per la rappresentazione delle culture. Clifford sostiene che "L’antropologia è sempre stata qualcosa di più che il lavoro sul campo, ma il lavoro sul campo è sempre stato qualcosa che un antropologo doveva aver fatto, più o meno bene, almeno una volta".

In pratica, le stesse pratiche di spostamento diventano costitutive dei significati culturali. Il viaggio produce conoscenza e nuove espressioni culturali, diventando parte integrante del fieldwork. L'etnografia del passato utilizzava "strategie localizzanti" nella costruzione e rappresentazione delle culture studiate: il fieldwork stesso era localizzato in "qualche posto", all'interno di confini ben definiti. La generazione di Franz Boas, ad esempio, considerava il campo come una sorta di "laboratorio", a volte visto anche come luogo di iniziazione e rito di passaggio, soprattutto in una prospettiva malinowskiana. Malinowski descriveva il campo come "una casa lontano da casa", e gli etnografi come "tipicamente, dei viaggiatori che amano fermarsi e indagare".

Secondo Clifford, il concetto di lavoro sul campo ha continuato a evolversi. Mentre prima il fieldwork richiedeva uno spostamento verso una terra lontana e "diversa", oggi si può considerare "campo" non solo un luogo distante ed esotico, ma anche un quartiere della propria città o persino un gruppo di persone. "Di norma, il lavoro sul campo postula che si lasci fisicamente la «casa» […] per viaggiare entrando e uscendo da qualche ambiente distintamente diverso. In questo modo, il lavoro sul campo non consiste più solamente in lunghi soggiorni all’estero, ma può essere anche un insieme di brevi visite."

L'idea di Clifford del campo come "incontri di viaggio" diventa costitutiva del nuovo fieldwork compiuto vicino casa. Il lavoro sul campo avviene in relazioni mondane, contingenti, di viaggio, non in siti controllati di ricerca. La ridefinizione di "cosa" costituisce un campo di lavoro ha portato in parallelo allo sperimentalismo nella scrittura etnografica. Questa crescente consapevolezza si manifesta in un più concreto senso testuale della posizione dell'etnografo. Elementi della narrativa che erano stati esclusi, come i percorsi del ricercatore per arrivare al campo e al suo interno, tornano a essere in primo piano, riflettendo l'idea postmoderna che la scrittura è fondamentale per capire in che modo (processualmente) l'antropologo è giunto a una determinata conoscenza.

Il tipo di ricerca sul campo propugnato da Clifford si pone in contrasto con il fieldwork tradizionalmente concepito da Malinowski e dai suoi allievi. È necessario però ribadire che già la visione di Malinowski, all'epoca, si presentava come altamente innovativa. In passato, gli antropologi evoluzionisti non lavoravano sul campo, ma inviavano altri a raccogliere dati che poi rielaboravano nei loro studi; l'interazione diretta con i nativi e la residenza sul campo non erano elementi fondamentali. L'antropologo rappresentato da Malinowski è un uomo determinato e indefessamente dedito al proprio lavoro.

Clifford, da parte sua, elabora ulteriormente il concetto di fieldwork, adattandolo ai mutamenti storico-politici che hanno portato alla globalizzazione, cambiando il significato di "vicino" e "lontano" e di "Sé" e "Altri". Per Clifford, il lavoro sul campo è privo di confini precisi, non può fornire una conoscenza totale dell'altro ed è fatto di dialogo, essendo il campo il luogo in cui le culture entrano in contatto proprio "dialogando" fra loro.

Inoltre, il lavoro sul campo è anche viaggio, ed è proprio il ruolo che quest'ultimo assume nel fieldwork ad essere una delle differenze fondamentali tra Malinowski e Clifford. Malinowski, nel narrare in "Argonauti del Pacifico occidentale" la sua esperienza di fieldwork nelle isole Trobriand, esclude il viaggio: iniziando l'opera con la scena del naufragio, considera il campo come un ritaglio temporale e spaziale ben preciso, al di fuori di ciò che lo precede. Al contrario, in Clifford, il concetto di campo viene visto nelle sue ambiguità: come qualcosa ormai difficile da circoscrivere, dovuto alla proliferazione dei contatti, delle ibridazioni e delle compressioni spazio-temporali caratterizzanti l'epoca postmoderna.

Malinowski, con gli "Argonauti", crea un testo scientifico in cui l'inizio della ricerca coincide con l'inizio del testo: un testo in cui lo studioso, armato di buona volontà, non guarda al viaggio che lo ha condotto a quella meta. Clifford, invece, riconosce la complessità e l'ineliminabile presenza del viaggio nel processo di conoscenza etnografica.

La Purezza come Illusione Pericolosa

L'ideologia della purezza, in tutte le sue manifestazioni, può innescare i più pericolosi istinti umani, come tristemente dimostrano eventi di cronaca. La convinzione che esista una purezza culturale o identitaria immacolata è un'illusione pericolosa. L'idea di "americanismo" o di qualsiasi altra identità nazionale come un blocco monolitico e immutabile è insidiosa. Numerose idee e pratiche "straniere", spesso inconsapevolmente, si sono insinuate nella cultura di ogni nazione, contribuendo alla sua evoluzione.

Pensiamo a un americano medio, orgoglioso della sua eredità. Indossa un pigiama, un indumento originario dell'India orientale, e dorme su un letto costruito secondo un modello persiano o dell'Asia Minore. È coperto di tessuti realizzati con cotone indiano, lino mediorientale, lana proveniente dall'Asia Minore, o seta cinese, tutti trasformati grazie a procedimenti inventati nell'Asia sud-occidentale. Al risveglio, utilizza una sveglia, un'invenzione medievale europea, e si alza per dirigersi verso il bagno. Qui, scopre tracce di influenza straniera ovunque: il vetro inventato dagli antichi Egizi, le piastrelle del pavimento e delle pareti dal Medio Oriente, la porcellana cinese, l'arte di smaltare i metalli dagli artigiani mediterranei dell'età del bronzo. Anche le tubature e la tazza del water sono copie di originali romani. L'unico contributo americano sembra essere il radiatore.

Si lava con sapone inventato dai Galli, si lava i denti, una pratica europea diffusa in America solo tardivamente. Si fa la barba, un rito le cui origini risalgono ai sacerdoti dell'antico Egitto e ai Sumeri, utilizzando un rasoio di acciaio, una lega di ferro e carbonio inventata in India o in Turkestan. Infine, si asciuga con un asciugamano turco.

Tornando nella camera da letto, prende gli abiti da una sedia il cui modello deriva dalle vesti di pelle degli antichi nomadi delle steppe asiatiche. Li allaccia con bottoni i cui prototipi comparvero in Europa alla fine dell'età della pietra. Questo vestito, sebbene non ideale per il clima americano o per gli ambienti riscaldati, è il risultato di idee e abitudini straniere che hanno "asservito" l'individuo, nonostante il buon senso suggerirebbe abiti più comodi e "americani". Indossa calzature rigide di cuoio, confezionate secondo un procedimento egiziano e tagliate secondo un modello greco, lucidate con una tecnica anch'essa greca. Infine, si annoda al collo una striscia di stoffa colorata, un residuo dello scialle dei Croati del diciassettesimo secolo, e si mette in testa un cappello di feltro, materiale inventato dai nomadi dell'Asia orientale. Se piove, usa soprascarpe di gomma, inventate dagli antichi messicani, e prende l'ombrello, invenzione indiana.

Esce di casa per prendere il treno, un'invenzione inglese. Alla stazione, compra il giornale con monete inventate nell'antica Lidia. In carrozza, fuma una sigaretta (invenzione messicana) o un sigaro (invenzione brasiliana), leggendo notizie stampate con caratteri derivati dagli antichi Semiti, mediante un procedimento tedesco, su materiale cinese. Mentre legge un editoriale sui disastrosi risultati dell'accettazione di idee straniere, ringrazia un Dio ebreo in una lingua indoeuropea di essere "al cento per cento americano" (il sistema decimale, inventato dai greci, è alla base del calcolo).

Questo vivido esempio dimostra come la nozione di "purezza" culturale sia, nella realtà, un costrutto fragile e in gran parte illusorio. Le culture sono intrinsecamente ibride, dinamiche e in costante dialogo tra loro. "I frutti puri impazziscono" ci invita a riconoscere questa realtà e ad abbracciare la complessità e la ricchezza che derivano dall'incontro e dalla mescolanza delle diverse tradizioni culturali.

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