La mafia, un fenomeno complesso e multiforme, ha rappresentato per decenni una piaga profonda nel tessuto sociale ed economico italiano. Negli anni '80, la sua struttura e le sue attività hanno subito una trasformazione radicale, assumendo proporzioni tali da configurarsi come una vera e propria tragedia nazionale. In questo contesto, emerge la figura dei cosiddetti "cavalieri" di Catania, figure enigmatiche che popolano il variegato e spesso oscuro scenario della criminalità organizzata. Per comprendere appieno il loro ruolo - che si tratti di protagonisti attivi, comparse silenziose o semplicemente spettatori terrorizzati - è indispensabile analizzare la struttura mafiosa dell'epoca, articolata su tre livelli distinti: gli esecutori materiali, i cervelli strategici e i collegamenti politici.
La Mafia degli Anni '80: Una Struttura a Tre Livelli
La mafia degli anni '80 si caratterizzava per una divisione netta delle sue prede in due categorie principali, che trovavano punti di contatto solo in rare e fatali complicità organizzative. Da un lato, vi erano le attività criminali tradizionali volte al taglieggiamento dell'economia, i cosiddetti "racket". Questi controllavano quasi ogni aspetto della vita economica di una grande città: dai mercati generali alle concessionarie di automobili ed elettrodomestici, dai teatri ai night club. Su ogni attività economica veniva imposta una sorta di "tassa" estorsiva, un pizzo che gli operatori erano costretti a pagare per evitare la distruzione delle proprie aziende, aggressioni violente o, nei casi più estremi, la morte.
Questo sistema generava un giro d'affari di centinaia, se non migliaia, di miliardi di lire, cifre che, sebbene ingenti, venivano frammentate e disperse in una miriade di rivoli e canali. Un apparato mafioso che, con inesorabile lentezza, aveva risalito la penisola, inquinando anche le grandi città del nord, ormai da tempo teatro di sparatorie, stragi e violenze, spesso perpetrate da criminali emigrati dal Sud. Questa era la cosiddetta mafia dei "manovali", priva di una leadership centralizzata, costantemente lacerata da conflitti interni per il predominio su un quartiere o un settore specifico.
Uno scontro tra racket era inevitabilmente fatale e mortale. La lotta per l'invasione di un territorio o l'imposizione di estorsioni in un nuovo settore economico poteva durare mesi, a volte un anno, trasformandosi in una fiamma d'odio che insanguinava interi quartieri e, talvolta, percorreva l'intera nazione, da Catania a Napoli, da Milano a Torino. I racket in lotta cercavano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei, amici e parenti. La famiglia, intesa come legame di parentela tra molti membri dello stesso clan, era infatti una caratteristica distintiva di questa mafia. Un giudice milanese ebbe a commentare, forse con un cinismo involontario, che "una buona famiglia meridionale all’antica, in cui sono ancora molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, può costruire un racket mafioso di tutto rispetto. È più temuta!".
Questa struttura familiare e la ferocia degli scontri spiegavano le efferatezze che talvolta venivano commesse: vittime legate con fili elettrici per auto-strangolarsi, organi genitali asportati e infilati in bocca, teste mozzate depositate davanti all'uscio di casa. Una crudeltà che nasceva dall'odio profondo di chi aveva visto cadere per mano avversa padre, figlio o fratello. Lo scontro non ammetteva pace, armistizio o compromesso, e spesso si concludeva con l'annientamento totale del clan avversario, indipendentemente da dove i vinti o i superstiti avessero trovato rifugio. La vendetta era un'ombra incombente, capace di perseguitare anche all'interno delle mura carcerarie.
Questa era la mafia che mieteva la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse migliaia ogni anno, in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime erano anch'esse creature criminali, o loro complici, talvolta persino avvocati, medici, funzionari o professionisti insospettabili che, in un modo o nell'altro, si erano lasciati adescare e sottomettere da un racket mafioso. Quando quel racket entrava in guerra, anche le loro vite venivano spezzate. Una mafia che sembrava animata da una tragica vocazione al suicidio, ma che ciononostante si rinnovava continuamente, simile a una teniasi fetida annidata nel ventre della nazione, che si ingrassava, si divorava e ricresceva incessantemente. Sociologicamente, sarebbe stato forse più esatto definirla gangsterismo, ma essa era, in modo mortale e indissolubile, legata al grande fenomeno mafioso, in un rapporto simbiotico tra manovalanza e ingegneria criminale.
Le Nuove Prede: Denaro Pubblico e Droga
Il vero salto di qualità, o meglio, di cultura criminale, si manifestava nel passaggio dalle prede mafiose tradizionali - mercati, estorsioni, sequestri di persona - alle nuove e imponenti attività che caratterizzavano gli anni '80, trasformando la mafia in una autentica tragedia a livello nazionale. Queste nuove prede erano essenzialmente due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco era vertiginoso, quasi come se un grande corpo, un animale imponente quale lo Stato italiano, mai del tutto morto ma in perenne agonia, venisse divorato ancora vivo. In basso, un orrendo brulicare di vermi insanguinati; in alto, un rapace dal profilo misterioso e terribile, simile ai mostri di Bosch, con gli artigli conficcati nel cuore della vittima.
La droga, in particolare, costituiva uno degli affari mondiali per eccellenza, paragonabile per dimensioni al petrolio o al mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi economici legati al traffico di stupefacenti si misurava in decine di migliaia di miliardi di lire. La contaminazione del vizio era ormai intercontinentale, dall'Asia all'Africa, dall'Europa alle Americhe. I guadagni erano, e sono tuttora, incalcolabili. Si stima che a livello globale vi siano circa cento milioni di persone, molte delle quali ormai tossicodipendenti, che fanno uso quotidiano di droghe, spendendo in media (una stima forse troppo esigua) circa diecimila lire al giorno. Questo si traduceva in circa mille miliardi di lire al giorno, quasi quattrocentomila miliardi all'anno, una cifra spaventosa, ben superiore al bilancio di una grande nazione industriale.
I profitti erano altrettanto inimmaginabili. Secondo studi dell'epoca, un quantitativo di cocaina acquistato alle fonti di produzione per poco più di un milione di lire, dopo la raffinazione poteva valere sul mercato tra i due e i tre miliardi di lire, a seconda della purezza del prodotto. Ma la mera valutazione economica non era sufficiente a cogliere appieno l'imponenza del fenomeno droga su scala mondiale, un evento quotidiano che minacciava di deformare la società contemporanea. Ogni anno, centomila esseri umani, per lo più giovani o addirittura adolescenti, morivano a causa della droga. Almeno nove o dieci milioni diventavano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva incapacità intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro costante pericolosità, ovvero la disponibilità a qualsiasi proposta criminale. Milioni di famiglie venivano praticamente distrutte, poiché quasi sempre, accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, si trovava l'infelicità di un intero gruppo umano: genitori, fratelli, coniugi, per i quali il recupero - spesso impossibile - del congiunto diventava una fonte costante di dolore e disperazione.
La droga aveva ormai ammorbato anche alcune istituzioni fondamentali della società: la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stavano trasformando in luoghi di autentico contagio. Punti fermi della grande struttura civile collettiva venivano così destabilizzati, e con essi vacillava l'intera struttura. La stessa lotta quotidiana a livello internazionale contro la droga esigeva un prezzo sempre più insostenibile: milioni di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini - magistrati, studiosi, poliziotti, medici - mobilitati costantemente per arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e insanguinato di denaro, che scorreva ininterrottamente da un continente all'altro, incombeva l'ombra invulnerabile della mafia.
Da circa dieci anni, la mafia teneva saldamente in pugno questo immenso affare. Inizialmente nelle capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo, Istanbul, la grande piaga del Medio Oriente, Marsiglia e New York. Successivamente, e definitivamente, anche in Sicilia. L'isola, trovandosi nel cuore del Mediterraneo, era un passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici dell'area afroasiatica verso le grandi nazioni occidentali. Per un certo periodo, in Sicilia, la mafia si era limitata a controllare questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidità in qualsiasi operazione, ed esigendo in cambio una tangente. Era un po' come la Fiat che produce automobili e le affida ai concessionari: la mafia pretendeva una tangente dai concessionari affinché potessero svolgere il loro lavoro senza rischi, ma non si sognava di sostituirsi alla Fiat per produrre le automobili.
Per anni, incredibilmente, la mafia si comportò allo stesso modo per quanto riguardava la droga. Osservava, valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la sua tangente, faceva i conti, cercava di capire perfettamente l'ingranaggio. Forse esisteva una residua repugnanza morale - siamo in Sicilia, dove ogni paradosso psicologico è possibile - verso un affare che era portatore di morte e di dolore per un'infinità di esseri umani, soprattutto giovani. Ma anche senza la complicità mafiosa, la droga avrebbe continuato a viaggiare per tutta la terra. Alla fine, i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta. La mafia assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera, eliminando qualsiasi concorrenza e aggiudicandosi l'intero ciclo completo del mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la creazione di stabilimenti segreti per la raffinazione della droga e la spedizione nelle grandi capitali occidentali.
Via via perfezionandosi negli anni, mettendo radici sempre più profonde, integrando gradatamente e infine totalmente anche la camorra napoletana e la 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo definitivamente una massa di uomini sempre più vasta, la mafia aveva creato una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco dalla logica comune, appariva quasi un congegno da fantascienza. In verità, molte componenti di questa struttura si erano determinate quasi per forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma ci era voluta indubbiamente una grande capacità di fantasia per intuire questa forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme in un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo possedeva un genio innegabile; negarlo sarebbe stato diminuire il merito di chi l'aveva concepita.
Questa struttura si articolava su tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno. Cominciamo dal basso.
Il Livello Criminale: Gli Uccisori e il Controllo del Territorio
Il livello più propriamente criminale era quello degli specialisti dell'assassinio. Per gestire valori economici così imponenti, legati all'impunità della produzione e del traffico di migliaia di tonnellate di droga, era indispensabile un controllo costante e totale del territorio di traffico. Non doveva esserci alcun ostacolo, alcun rischio, alcuna trappola. Era quindi necessaria una folla di complicità a ogni livello, in ogni settore della società: criminali comuni, impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee aeree, funzionari dello Stato, probabilmente anche funzionari di polizia, magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci, assessori.
Tutti costoro operavano al livello della manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per il proprio compito, all'interno di un gruppo che garantiva il dominio di un piccolo territorio o quartiere della città. Solo alcuni di loro gestivano direttamente la droga, ognuno con piccoli compiti, avvolti, protetti e nascosti dal clan. Ogni clan, a sua volta, aveva la funzione di garantire il controllo del proprio territorio. Occasionalmente, gruppi criminali si scontravano tra loro per il predominio su un determinato territorio, dando vita a vere e proprie ecatombe, con trenta, quaranta assassinii fino a quando un gruppo non veniva sterminato e la supremazia criminale affermata.
La strage terrificante tra i clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusasi con l'assassinio di Alfio Ferlito e dei tre carabinieri che lo accompagnavano nel trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle battaglie più feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e Gaetano Inzerillo a Palermo, epilogo di una catena di cinquanta omicidi, furono un altro momento cruciale di questa lotta, che vide la sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese.
Ma anche i vincitori, i "padroni" del clan, erano poco più che subappaltatori dell'immenso palinsesto mafioso: governavano l'impresa criminale su una zona, conoscevano alcune segrete strade della corruzione, erano ammessi in alcune anticamere del potere. La loro autentica forza risiedeva nella capacità di uccidere, disponendo di trenta, quaranta individui che sapevano maneggiare le armi più micidiali e, all'occorrenza, potevano contare sulla loro devozione e infallibilità. Erano, si potrebbe dire, i capimastri, ma non erano mai entrati nella stanza dei progetti.
Il Livello dei Pensatori: Strategia e Riciclaggio di Denaro
Molto più in alto dei cosiddetti "uccisori" si trovava il livello dei pensatori. La loro posizione era caratterizzata da un distacco e un'autorità paragonabili a quelli tra la fanteria, il cui compito è conquistare, uccidere, presidiare e morire, e le stanze imperscrutabili dello stato maggiore, dove si elaborava la grande strategia mafiosa. Lo scopo unico e massimo di questa strategia era il riciclaggio del denaro continuamente prodotto dall'operazione droga, ovvero la fase ultima e più delicata, quella che esigeva una capacità tecnica e finanziaria eccezionale. Si trattava di centinaia e migliaia di miliardi che, per essere immessi nel mercato economico e diventare quindi utilizzabili, dovevano passare attraverso una serie di operazioni legali che li assorbissero e magicamente li riproducessero come ricchezza. Ci voleva talento, fantasia e competenza tecnica. Non a caso si parlava di un "salto di cultura mafiosa".
Gli strumenti essenziali a disposizione dei pensatori erano due: le banche e le grandi imprese economiche. Anzitutto le banche: ricevevano il denaro, lo facevano proprio, lo celavano, lo amministravano, conservavano, proteggevano e reimpiegavano. Cento miliardi provenienti dalla droga, alle cui spalle c'erano decine di persone miseramente morte o uccise e migliaia di infelicità umane, potevano essere impiegati per la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada. Le banche gestite e controllate dallo Stato difficilmente avrebbero potuto svolgere questo ruolo, poiché esisteva sempre il rischio che un funzionario di vertice potesse indagare, spiare o riferire.
Cinesi d'Italia, viaggio nelle banche fantasma - FarWest 06/05/2024
Il Livello Politico: Infiltrazione e Complicità
Il terzo livello della struttura mafiosa era quello dei politici. Questo livello rappresentava il collegamento tra il mondo criminale e le istituzioni, garantendo l'impunità e l'accesso a informazioni e risorse strategiche. L'infiltrazione nel sistema politico era fondamentale per la mafia per diversi motivi:
- Garanzia di Impunità: La corruzione di politici e funzionari pubblici permetteva alla mafia di evitare indagini, insabbiare processi e ottenere sentenze favorevoli o, quantomeno, ritardate. La protezione politica era essenziale per le operazioni di traffico di droga e riciclaggio di denaro, attività che richiedevano un certo grado di tolleranza o addirittura di complicità da parte delle autorità.
- Accesso a Fondi Pubblici: La corruzione permetteva alla mafia di accedere a fondi pubblici destinati a opere infrastrutturali, appalti e servizi. Questi fondi potevano essere deviati, utilizzati per sovvenzionare imprese controllate dalla mafia o per finanziare attività illecite attraverso società di comodo. Il denaro pubblico diventava così una risorsa primaria per il sostentamento e l'espansione dell'organizzazione criminale.
- Influenza sulle Decisioni Politiche: L'infiltrazione politica consentiva alla mafia di influenzare le decisioni legislative e amministrative a proprio vantaggio. Questo poteva tradursi nell'approvazione di leggi che favorivano determinate attività economiche, nella concessione di licenze o autorizzazioni a imprese vicine alla mafia, o nella nomina di funzionari compiacenti.
- Controllo del Territorio e della Società: Il legame con la politica garantiva alla mafia un controllo più capillare del territorio, attraverso l'influenza sui sindaci, gli assessori e altri rappresentanti locali. Questo controllo si estendeva anche alla capacità di condizionare il consenso elettorale, spesso attraverso intimidazioni o scambi di favori.
La mafia non si limitava a corrompere i politici, ma era in grado di creare o sostenere carriere politiche di individui a essa graditi, assicurandosi così una rappresentanza diretta o indiretta negli organi decisionali. Questi politici, a loro volta, agivano come "garanti" degli interessi mafiosi, facilitando le operazioni e proteggendo i membri dell'organizzazione. La distinzione tra il potere criminale e quello politico diventava così sempre più sfumata, creando un sistema pervasivo in cui le attività illecite si intrecciavano indissolubilmente con quelle legali, in una spirale di corruzione e violenza.

I "Cavalieri" di Catania: Un Ruolo Enigmatico
Nel contesto di questa complessa architettura criminale, le figure dei "cavalieri" di Catania rimangono enigmatiche. Il testo originale suggerisce che la loro identità e il loro effettivo ruolo siano ancora oggetto di dibattito. Potrebbero essere figure di spicco all'interno dell'organizzazione, professionisti della finanza e dell'ingegneria criminale che operano a stretto contatto con i "pensatori" per il riciclaggio di denaro. Oppure, potrebbero rappresentare un livello intermedio, capaci di gestire operazioni complesse e di interfacciarsi sia con la manovalanza che con i vertici.
L'analogia con i "Cavalieri del Lavoro" nominati in occasione di cerimonie ufficiali, come quella che vide protagonista l'Ing. Fava, suggerisce un possibile legame con il mondo dell'imprenditoria e dell'alta finanza. L'Ing. Fava, titolare di otto importanti brevetti, tra cui uno rivoluzionario nel settore del trattamento ad alta temperatura, aveva portato la sua azienda a raggiungere un volume di produzione di quasi 100 milioni di euro, con oltre un terzo del mercato mondiale. L'azienda, che vantava l'85% delle linee di essiccazione installate nei pastifici italiani, esportava il 90% dei propri prodotti. Questi successi erano attribuiti allo spirito d'ingegnosità imprenditoriale della famiglia Fava, focalizzata su innovazione e ricerca, ma anche a un forte attaccamento alle proprie radici.
La menzione di Enrico Fava, pianista e co-fondatore dell'Associazione culturale Vocinarte, che ricorda con affetto l'amico Raffaele, artista capace di dominare il palco e aggregare talenti, suggerisce un'ulteriore sfumatura. Potrebbe indicare che il termine "cavalieri" sia utilizzato in senso metaforico, per descrivere individui che, pur operando in contesti diversi, condividono una certa grandezza, ingegnosità o influenza. Tuttavia, nel contesto della mafia degli anni '80, ogni figura di rilievo, specialmente se legata a ingenti flussi di denaro e a un'apparente rispettabilità, poteva celare un ruolo più oscuro e pericoloso.
Il testo fornito, sebbene dettagliato nella descrizione della struttura mafiosa, lascia aperta la questione sui "cavalieri" di Catania, invitando a una riflessione sulla natura sfuggente e multiforme del potere mafioso. La loro vera natura - protagonisti, comparse o semplicemente spettatori spaventati - rimane un interrogativo aperto, un tassello nel complesso mosaico della criminalità organizzata che ha segnato profondamente la storia recente d'Italia.

La mafia, con la sua capacità di adattamento e la sua intrinseca brutalità, ha dimostrato negli anni '80 di essere un avversario formidabile per lo Stato e la società. La sua struttura a tre livelli, con una chiara divisione dei ruoli tra esecutori, strateghi e politici, le ha permesso di prosperare e di espandere la propria influenza in settori sempre più vasti dell'economia e della vita pubblica. La comprensione di questa struttura è fondamentale per analizzare le dinamiche della criminalità organizzata e per sviluppare strategie efficaci nella lotta contro di essa.
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