Il linguaggio è uno specchio della società, un organismo vivente che muta, si adatta e riflette le sfumature culturali e storiche di chi lo utilizza. All'interno di questo vasto universo lessicale, esistono espressioni e parole che, per la loro particolare assonanza, origine o uso, sembrano evocare un'idea comune, quasi un "sapore" condiviso. Nel dialetto veneto, e non solo, due concetti che si prestano a questa suggestiva metafora sono quelli legati alla "mancanza di sostanza" o alla "superficialità" e, per contrasto, alla "confusione" o al "rumore inutile".
La Superficialità e la Mancanza di Sostanza: Il Regno del "Baccalà"
Il termine "baccalà", nel suo significato primario, si riferisce a un alimento conservato, il merluzzo essiccato e salato. La sua consistenza, il suo sapore peculiare e la sua preparazione richiedono tempo e dedizione, ma una volta pronto, può risultare un po' asciutto, a volte persino stopposo, se non preparato con maestria. È proprio da questa percezione di "mancanza di succo" o di "secchezza" che nasce l'accezione metaforica del termine.
Nel linguaggio popolare, "baccalà" può essere usato per descrivere una persona che parla molto ma dice poco, una persona superficiale, priva di profondità intellettuale o emotiva. È qualcuno che "sa da baccalà" perché le sue parole sono vuote, prive di contenuto sostanziale, come un discorso che non approda a nulla di concreto. L'espressione "aver più parole di un leggìo" cattura perfettamente questa idea di verbosità fine a sé stessa, di un flusso ininterrotto di suoni che non porta a una reale comprensione o a un'azione significativa. Si contrappone all'idea di saggezza o di profondità, che richiedono ponderazione e sostanza.

La parola "baba", con le sue derivazioni come "babada" (chiacchierata) e "babar" (chiacchierare), rinforza questo concetto. Descrive un discorso prolisso e inconcludente, una sorta di "cicalata" senza fine. Similmente, "babaria" si riferisce a dicerie, favole, o credenze prive di fondamento, rafforzando l'idea di qualcosa di inconsistente e non degno di fede. Il non credere a "babarie" significa, in questo contesto, non dare retta a chiacchiere inutili o a storie inventate.
Altre espressioni come "non saper tenere un cocomero all’erta" suggeriscono una mancanza di controllo o di fermezza, una sorta di goffaggine che si riflette anche nel discorso. La persona che "sa da baccalà" può essere vista come qualcuno che non riesce a "tenere all'erta" le proprie idee, che le lascia scivolare via senza afferrarne la sostanza.
La metafora si estende anche a descrivere persone semplicemente noiose o poco interessanti, il cui discorso è così privo di vita da risultare quasi "secco" e indigesto. L'uso del termine "baccalà" in questo senso è un modo colorito per esprimere un giudizio negativo sulla qualità della comunicazione e sulla sostanza della persona.
Il Caos e il Rumore Inutile: La Babele del "Baccano"
Sul versante opposto, troviamo il concetto di confusione, di disordine, di rumore eccessivo e privo di senso. Qui, la metafora del "sapore" si sposta verso un'esperienza sensoriale più caotica e invadente. Il termine "baccano" incarna perfettamente questa idea. Esso descrive un fracasso assordante, un clamore che impedisce la chiarezza e la comprensione.

"Far el baccan" significa produrre questo rumore inutile, creare scompiglio. La "bacanada" è una baldoria chiassosa, una gazzarra che spesso sfocia nel caos. Queste parole evocano un'atmosfera di disordine sonoro, dove la comunicazione è soffocata dalla cacofonia.
La "babilonia" viene citata come sinonimo di confusione, moscaio, tumulto. Questo riferimento biblico alla torre innalzata dagli uomini che Dio fece comunicare in lingue diverse evoca immediatamente l'idea di un disordine linguistico e comunicativo insormontabile. La babilonia è il luogo dove le parole perdono il loro significato comune, dove la comunicazione si frantuma in un rumore incomprensibile.
Le parole come "chiacchiericcio", "ciarlare", "discorrere" (da "babar") se usate in eccesso, possono anch'esse contribuire a questo senso di rumore inutile. Sebbene non intrinsecamente negative, quando il chiacchiericcio diventa incessante e privo di scopo, si trasforma in un "baccano" di parole, un suono che riempie l'aria ma non porta a nulla.
La "confusione" e il "guazzabuglio" descrivono uno stato mentale o situazionale in cui tutto è mescolato, disordinato, privo di una logica chiara. Questo è il terreno fertile per il "baccano", dove il rumore è spesso un sintomo del disordine sottostante.
La Connessione Metaforica: Perché "Sanno di Baccalà"?
La domanda iniziale, "al mondo ghe xe do robe che sa da baccala", invita a riflettere su quali siano queste due cose. La risposta, basata sull'analisi delle parole fornite, suggerisce che si tratti di due aspetti della comunicazione e dell'interazione umana che mancano di sostanza o che producono rumore inutile.
Da un lato, abbiamo la superficialità del discorso, la verbosità vuota, la mancanza di profondità e contenuto. Questa è la "secchezza" del baccalà, l'assenza di succo vitale nella parola. Le persone che parlano senza dire nulla di significativo, che si perdono in chiacchiere inutili, "sanno di baccalà" perché il loro apporto comunicativo è asciutto e privo di nutrimento intellettuale o emotivo.
Dall'altro lato, abbiamo il rumore inutile, la confusione, il baccano. Questo è un eccesso di stimoli sonori e informativi che non portano a chiarezza, ma anzi la ostacolano. È come un pasto troppo abbondante e mal preparato, che lascia una sensazione di pesantezza e indigestione, piuttosto che di sazietà e benessere. Il "baccano" e la "babilonia" creano un ambiente in cui è impossibile distinguere il significato, dove le parole si perdono in un turbinio incomprensibile.
Entrambi questi fenomeni, la mancanza di sostanza e l'eccesso di rumore, rappresentano una forma di inefficacia comunicativa. Sono situazioni in cui le parole, anziché costruire ponti di comprensione, creano barriere o si disperdono nell'aria come fumo. Sono, in un certo senso, "cibi" verbali che non nutrono, ma lasciano un senso di insoddisfazione, una sensazione che, appunto, "sa di baccalà" - nel senso di qualcosa di non appagante, di un'occasione mancata di vera connessione e significato.
La bellezza di queste espressioni risiede nella loro capacità di evocare immagini potenti e condivise, permettendo di comunicare concetti complessi attraverso metafore semplici e immediate. Il linguaggio popolare, con la sua ricchezza e la sua capacità di attingere alle esperienze quotidige, ci offre strumenti preziosi per comprendere le sfumature del comportamento umano e della comunicazione.